Gli altri. Una dimensione di noi stessi.

“E, dopo un’assenza di presso a due anni, si scopersero a un tratto molto più amici di quello che avesser mai saputo di esserlo, nel tempo che si vedevano quasi ogni giorno; perchè all’uno e all’altro, dice qui il manoscritto, eran toccate di quelle cose che fanno conoscere che balsamo sia all’animo la benevolenza; tanto quella che si sente, quanto quella che si trova negli altri.” (da I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni)

A questo ho pensato leggendo il nuovissimo articolo della nostra Antonietta Porro, in pubblicazione anche sul mensile della Parrocchia di San Giulio in Barlassina e attinto dal suo “scrigno della Memoria”. Anche oggi emozione, riflessione e richiamo al Vangelo. Come iniziare meglio la settimana?

Chi mi ha conosciuta solo da adulta stenta a crederci, eppure posso assicurare che da piccola ero timidissima. Timidissima e golosa di dolci, ma più timida che golosa, se è vero che rinunziavo a prendere una caramella che mi veniva offerta perché sapevo bene che poi avrei dovuto dire almeno grazie, ed ero troppo timida per farlo. Credo di essere ancora timida “dentro”, perché la natura non si cambia, ma col tempo ho imparato a guardare agli altri in un altro modo. Ad un certo punto ho capito che gli altri erano come me, o, meglio, che io ero come loro: come loro, avevo paura di fare brutte figure, temevo di essere invadente, non volevo correre il rischi di risultare sgradita, ed era per questo che mi tenevo da parte. Soprattutto ho capito che dentro di me c’erano gli stessi desideri profondi

che avevano loro, che mi facevano felice le stesse cose, che le mie aspirazioni più vere erano le stesse degli altri. Che loro come me avevano piacere di essere guardati con simpatia: allora ho cominciato a farlo, e ne sono stata sorprendentemente ricambiata.
E’ così che ho cominciato ad essere meno timida, almeno “fuori”, e in qualche caso addirittura ho osato fino al limite della … trasgressione.
Come quella volta in cui mi convinsi che quel mio collega che nessuno mi aveva mai presentato e che aveva lo stesso infrequente cognome della mia insegnante di matematica della scuola media potesse essere suo figlio, e così lo abbordai per chiedergli – senza tanti preamboli – se la sua mamma avesse mai insegnato matematica alle scuole medie. Lui, senza stupirsi, mi chiese di rimando: «Barlassina o Brugherio?». «Barlassina!», gli risposi con entusiasmo. Grazie a quell’incontro, provocato non senza qualche audacia, ebbi modo di risentire la mia insegnante di un tempo, di farle avere la nostra foto di classe, di ritrovare un rapporto che credevo perduto per sempre.
E ancora di più come quella mattina in cui mi venne in mente – chissà perché – che una mia compagna di liceo, che non vedevo né sentivo da oltre vent’anni benché a suo tempo fossimo amiche, festeggiava in quel giorno il compleanno (ho una strana propensione a memorizzare numeri e date!) e decisi di provare a comporre il suo vecchio numero di telefono per farle gli auguri. La trovai, sorpresa ma felice di sentirmi, e ripresi con lei, da allora, un’amicizia inspiegabilmente interrotta: spesso mi dice che la mia telefonata di quel giorno fu il più bel regalo di compleanno… E dire che ci avevo pensato molto prima di farla, che avevo temuto di essere inopportuna…
Sono certa che tutti sarebbero in grado di raccontare episodi analoghi, ugualmente piacevoli. A volte basta incrociare lo sguardo, per la strada, con qualcuno che si conosce appena e scambiarsi un sorriso e un saluto per superare la prima impressione di estraneità.
Eppure oggi si ha spesso la sensazione che le persone non desiderino incontrarsi, ritrovarsi, conoscersi, che fatichino persino a salutarsi, a guardarsi con cordialità, e non per supponenza o presunzione, e nemmeno per un apprezzabile senso di riservatezza o di discrezione, ma perché l’uno ritiene di non avere nulla a che spartire con l’altro. Questo è il punto, ed è un punto sbagliato.
Me lo ricordava, in questi giorni di Pasqua, pensare al fatto che Cristo è morto per tutti, proprio per tutti, ed è risorto portando con sé nella gloria tutti: che cosa potrebbe accomunarci l’un l’altro più di questo? Lui, che era Figlio di Dio, «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso … divenendo simile agli uomini» (Lettera ai Filippesi 2, 6-7). Per avere a che fare con noi, per far sì che avessimo a che fare con Lui, si “dimenticò” di essere Figlio di Dio e si fece uno di noi. Non ci guardò, Lui, come se fossimo estranei, come se non avessimo nulla a che spartire con Lui. Ci guardò con simpatia, nel senso etimologico del termine: simpatia vuol dire infatti condivisione del medesimo modo di sentire.
Fino a che non guarderemo ai nostri fratelli con umana simpatia, accorgendoci del fatto che abbiamo le stesse aspirazioni profonde, gli stessi desideri, lo stesso bisogno di cordialità, di benevolenza, di comprensione umana, non avremo neppure il desiderio di offrire loro la testimonianza della nostra fede. Perché la testimonianza non è un di più rispetto al nostro sentirci “simpatetici” con gli altri, e certo non deriva dal credersi in qualche modo più “bravi”: solo se avvertirò l’altro come vicino a me, come una dimensione ineliminabile di me, avvertirò che il mio bisogno di felicità è anche il suo e desidererò dirgli che Cristo è colui che può donare, a me e a lui, una simile felicità. La testimonianza, dunque, passa attraverso uno sguardo aperto al rapporto con l’altro, uno sguardo benevolo e non distaccato, o, peggio, supponente. Uno sguardo capace almeno di un sorriso, di un saluto.
«L’inferno sono gli altri», scrisse il filosofo Jean-Paul Sartre: sembra che il mondo sia propenso, oggi, a credergli più che mai; e invece gli altri possono essere anche l’opposto dell’inferno. Guardare all’altro con simpatia, correndo anche il rischio di esporsi con lui, può fare miracoli: può far superare la timidezza naturale, può condurre a “inventare” modi di comunicazione impensabili, può, soprattutto, creare relazioni che rendono bella la vita e aiutano a vincere la solitudine, il male più grave del nostro tempo. Ed è la condizione imprescindibile per dire a tutti la bellezza dell’incontro con Cristo che ci ha conquistati.

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