Quando pregate dite così.

Lo spettacolo notturno della Chiesa di san Giulio e di palazzo Rezzonico a Barlassina (Mb)

Antonietta Porro riapre il suo Scrigno della Memoria, condiviso come sempre col bollettino della Parrocchia di San Giulio in BarlassinaEcco la riflessione di oggi, sono parole sue, “in forma un po’ più dissacrante del solito. Ma fa bene qualche volta sorridere…” Grazie, Antonietta! Siamo d’accordo con te!

«Quando pregate, dite così: Padre nostro, che sei nei cieli…»: di fronte alla richiesta dei discepoli, Gesù offre una indicazione precisa sul contenuto e la forma della preghiera. Non capita spesso, a giudicare dai racconti evangelici, che il Maestro giunga a tanto dettaglio nel trasmettere i suoi insegnamenti.
Dunque Gesù ci ha detto esplicitamente come dobbiamo pregare: dovremmo essere contenti così. Eppure, nonostante ci sia stato messo a disposizione l’insegnamento diretto del Figlio di Dio in materia, nella storia della Chiesa non si è mai smesso di cercare e di attuare le forme e modi più diversi per entrare in colloquio con il Signore.L’uomo cerca il rapporto con Dio più di ogni altra cosa al mondo: per questo non si stanca mai di “inventare” forme nuove o di reinterpretare quelle antiche per poterlo fare.
I primi cristiani avevano a disposizione i Salmi dell’Antico Testamento – quelli della tradizione ebraica, nella quale erano cresciuti molti di loro – e non hanno smesso di servirsene per pregare; anche oggi la preghiera dei salmi è una delle forme canoniche di preghiera che tutte le fedi cristiane condividono e che hanno in comune con l’Ebraismo. Nel tempo i Salmi – testi qualificati da uno straordinario vigore poetico – sono stati recitati e cantati in traduzioni sempre più vicine alla lingua quotidiana, tanto da poter essere compresi facilmente da tutti, almeno nel loro significato letterale.
Ma non è stato sempre così con le preghiere della Chiesa. Per esempio, la mia generazione ha conosciuto ancora – sia pure per poco – il latino come lingua liturgica. Il latino suonava sconosciuto ai più: spesso quello che non si capiva lo si immaginava, quasi sempre in maniera distorta, ma ugualmente quelle parole sconosciute sembravano dire cose grandi e belle, anche se incomprensibili, e ciascuno le interpretava sulla base della propria esperienza della vita.
Così mi ricordo che da piccola, quando sentivo cantare l’inno del Tantum ergo sacramentum, che introduceva la benedizione eucaristica, di fronte alle parole Genitori genitoque, che indicavano il Padre e il Figlio (il genitore e il generato), pensavo che lì venissero in qualche modo chiamati in causa i genitori, le persone che un bambino avverte come le più care, e mi sembrava bello – anche se incomprensibile nelle sue ragioni – che davanti a Gesù Eucaristia mi dovessi ricordare … del mio papà e della mia mamma! Un grave fraintendimento, certo, ma sono sicura che il buon Dio ne avrà fatto tesoro, leggendo, al di là delle parole, le intenzioni del cuore.
Così come avrà fatto con le storpiature inevitabili del latino che faceva la gente, alcune così spassose da essere arrivate fino a noi attraverso i racconti di generazioni. Si dice che le parole Tantum ergo sacramentum diventassero per molti «Salta il merlo nel frumento»; mi è stato raccontato che l’espressione, che si riferiva allo Spirito Santo, procedenti ab utroque / compar sit laudatio («a colui che procede da entrambi – cioè dal Padre e dal Figlio – giunga la medesima lode») era solennemente cantata da qualcuno, con un divertente passaggio dal latino al dialetto milanese, senza passare dall’italiano, «accidenti com’el trota / ul caval del Laudazi»! Mi piace immaginare che, nella fantasia della persona che così cantava, non fosse irriverente pensare allo scattante cavallo, che “trottava” in maniera stupefacente e rendeva il suo fortunato proprietario, il signor Laudazio, degno di essere menzionato anche davanti al manifestarsi del mistero eucaristico. Chissà, forse una curiosa associazione di idee avrà fatto pensare che tanta era la rapidità del cavallo quanta la grandezza divina… Comunque sia, anche in questo caso, come nel mio, sono certa che il Signore avrà apprezzato l’impegno interpretativo di chi cantava così e lo avrà accompagnato con la sua benedizione e la sua grazia, in maniera corrispondente alla fede e non alla lettera delle parole.
Certo una volta era ben più difficile di oggi, per i fedeli, capire il testo delle preghiere, anche quando non erano in latino. Anche i canti religiosi più popolari erano tutt’altro che facili, poiché erano infarciti di immagini poetiche e si servivano di un vocabolario diverso da quello quotidiano. «Inni e canti sciogliamo o fedeli / al divino eucaristico Re, / Egli ascoso nei mistici veli / cibo all’alma fedele si die’». In quanti avranno inteso cosa fossero i “mistici veli”, oppure l'”alma fedele”? E quando, nel suggestivo Noi vogliam Dio, si chiedeva a Maria «dei figli tuoi compi il desir», tutti avranno compreso che stavano supplicando la Santa Vergine perché venisse realizzato il loro desiderio, quello di essere con Dio?
Oggi rivolgersi a Dio è diventato per molti versi più immediato, perché abbiamo imparato a farlo nella lingua di tutti i giorni. Qualcuno pensa che abbiamo “abbassato” il tono, che a Dio bisognerebbe rivolgersi con una lingua “alta”: tuttavia, se pregare significa entrare in rapporto con il Signore, nessuna parola, anche quella più preziosa ed elevata, potrebbe essere adeguata, se non fosse che il Signore stesso accoglie le nostre povere parole, i nostri balbettii, e vi legge tutto ciò che non siamo capaci di dire.
Così mi trovo a ripetere spesso una brevissima preghiera che la mia maestra delle scuole elementari mi aveva insegnato, perché, nella sua semplicità, dice la sola cosa che conta: «Gesù, mi metto nelle Tue mani: pigliami Tu, tienimi stretto fino a domani». Cosa si può chiedere di più?

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