Misericordia.

Dori: la smemorata disarmante della Pixar

 

Ancora “nei dintorni” della Festa dell’Assunta, ancora con don Marco Pozza parliamo di mamme, di Madre, e della Misericordia che ci usano, della pazienza che portano e della memoria che perdono.

Un po’ come la mia mamma. E allora… è bene che anch’io ricambi quella santa pazienza.

Che la mia mamma non stesse bene, me n’ero accorto tantissimo tempo fa. In tutti questi anni, però, non ne ho mai parlato con nessuno: per un senso di pudore, per una questione di delicatezza, per il fatto che non volevo assolutamente che si sentisse diversa dalle altre donne. Dentro di me, tuttavia, andavo dicendo: “Possibile che mio fratello non se ne accorga?” Me ne avesse anche solo accennato di sfuggita, avrei colto l’occasione per confidarmi con lui: per studiare assieme un modo per aiutarla. Invece nulla: per un sacco di mesi, per intere stagioni, per anni conteggiati in lustri. Poi, un giorno, mio fratello mi manda un messaggio: “Appena passi per casa, ho bisogno di parlarti. Sono preoccupato per la mamma”. Sento il sangue gelare: prenoto il primo treno, torno subito a casa nostra. Guardo in faccia mio fratello: sento le gambe tremare al solo pensiero di sentirlo parlare. Lui, sempre così attento a non mettermi in allerta: “Sono preoccupato per la mamma – dice – Ultimamente non ricorda più nulla. Temo abbia perso completamente la memoria”. Lo fisso: è dannatamente serio. Gli chiedo la cortesia di raccontarmi degli episodi, di aiutarmi a capire bene: che mi dica per filo-e-per-segno cosa le sta capitando. Mentre mi racconta una serie spaventosa di fatti, dentro di me scorrono volti, numeri di persone che mi potrebbero essere d’aiuto: per una madre come la mia, il mondo intero sarei disposto a disturbare pur di darle ciò di cui necessita.
Lo guardo, ci guardiamo: è nostra madre. Pensiamo, pensandola.
Mi s’accende la memoria di tutte quelle volte che ho fissato il suo volto: «E’ stata la mia mamma che mi ha insegnato a ridere e pregare» (R. Dickinson). Ogni volta m’incanta come fosse la prima volta. Lavora all’inverosimile, attendere è il suo passatempo, dorme pochissimo: mia madre non dorme mai quando vuole, è legata al sonno di suo figlio. Dall’alba al tramonto è capace di un ritmo insostenibile agli umani: pulisce, lava, cucina, prepara, stira, sbraita, s’arrabbia, s’addolcisce, telefona, guida, innaffia, accarezza, consiglia, investe, gioca, sorride, fa il bucato, organizza, pianifica, s’ingegna. Alla mattina la trovo alzata; alla sera, quelle volte che dormo a casa, spegne la luce con un bacio. Quando parto la vedo dietro di me, quando ritorno la trovo davanti a me, ad attendermi. Non l’ho mai vista una volta col mascara addosso: 90-60-90 non è mai stato un suo cruccio. Con gli arnesi da cucina e da giardino, però, ci sa fare che è una meraviglia. Da piccolo mi diceva “ti mangerei di baci”, da bambino mi chiamava amore, ancor oggi frequenta questi campi semantici dell’affetto folle. Tanto che io mi chiedo perché tutti cambino quando invece lei rimane sempre la stessa: bellissima, petalosa, sfacciatamente testarda. Difficile dire chi ella sia per me: «Descrivere mia mamma vorrebbe dire parlare di un uragano in tutta la sua potenza» (M. Angelou).
“Che facciamo con la mamma?” chiede, dunque, mio fratello. Non ricorda più nulla: dimentica tutto. Il problema, però, è un altro, è di mio fratello: da quando la conosco, la mamma ha sempre avuto questo grosso problema. Mio fratello, forse, non se n’era mai accorto, fino all’altro giorno: bisognava essere dei giamburrasca per intuirlo al volo. Io, ovvio, me ne ero accorto e, a dirla tutta, ne ho sempre tratto giovamento da quell’amnesia. Ricordo una sera: rincasato con le orecchie basse, mi sferrò un agguato da capogiro: “Guardami bene in faccia. Stavolta ti perdono, ma è l’ultima volta. Sappilo!”. Due mesi dopo, ho decuplicato il mio essere scapestrato. M’ha atteso sulla soglia, barcollavo: “Tieni bene a memoria cosa ti dico: questa è l’ultima volta”. Sono trascorsi dieci giorni, più probabilmente sette: ancora casini, ancora brividi, ancora misericordia: “Mettitelo bene in testa: la prossima volta, stop”. Sono trentasei anni che conosco mia madre e sono trentasei anni che ho scoperto che ha grossi problemi di memoria: non è mai capace di ricordarsi che l’ultima volta che mi ha perdonato aveva giurato che è l’ultima. La mia estrema possibilità di vita sta appesa all’infermità mnemonica di mia madre, a quel suo eterno giurare-il-falso: non avesse questo problema, sarei già perduto da decenni. Che poi, ad essere sinceri, in quanto a memoria è invalida al cinquanta-per-cento: non è vero che si dimentica tutto. Dimentica solo le cose andate-storte: per quelle belle ha una memoria che sfida quella degli elefanti.
Oggi è il compleanno di questa donna straordinaria che è la mia mamma. Lei, per me, fa sempre tutto il possibile, ma spesso dimentica di stupirsi per quanto tutto questo significhi. Vi chiedo una preghiera per lei: pregate a squarciagola che il Signore non la faccia mai guarire da questo problema di memoria. Pregate, vi scongiuro, che rimanga sempre cinquanta-per-cento smemorata, che continui a giurare il falso davanti a me: è la mia unica speranza prima di affondare. Di affogare: penso spesso che Dio le assomigli assai. Forse è per questo che, certune volte, non reggo il suo sguardo: certi occhi sono stati dati in comodato-d’uso-gratuito dal Cielo a delle esploratrici in borghese. Per i figli discoli, vere e proprie canaglie da collezione, il Cielo ha sempre riservato un trattamento di favore.
Tanto per non apparire scontato.

fonte: blog Sulla strada di Emmaus 14.3.16

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