Quella carezza della sera.

Raramente ascolto con attenzione le parole di una canzone. Per me sono tutt’uno con la musica. Per farlo dovrei, come mi è capitato oggi, incontrare qualcuno che mi inviti a meditarle. Ecco una recensione di ANDREA PEDRINELLI, oggi su Avvenire. Avevamo già sperimentato l'”Operazione nostalgia“? La riproponiamo:

Che anni, gli anni dell’adolescenza. Tempo di slanci e insicurezze, di voglia di vivere e paura di iniziare a farlo. Col papà sullo sfondo, e noi sospesi fra desiderio di conoscerlo e timore di scoprirne le fragilità. Però che sere quelle sere d’estate, quando in noi ancora bambini già si intravedeva un uomo nuovo… «Quando tornava mio padre sentivo le voci, dimenticavo i miei giochi e correvo lì… Mi nascondevo nell’ombra del grande giardino, e lo sfidavo a cercarmi: io sono qui!».

Poi la paura di averlo perso, papà, forse di non riuscire mai davvero a incontrarlo: «Quelle giornate d’autunno sembravano eterne, quando chiedevo a mia madre dov’eri tu… Che cos’era quell’ombra negli occhi suoi? Io non capivo cos’era, e cominciavo a pensare …mi manchi tu». Fino ad oggi. Già: e oggi, cosa ci manca di più di allora? Quella tenerezza di cui avevamo disperato bisogno o la nostra voglia acerba di quei giorni, la voglia noi da soli di sfidare il mondo? Se lo chiedevano pure i New Trolls, in una canzone bella quanto celebre. «Non so più se mi manca di più quella carezza della sera o quella voglia di avventura, voglia di andare via di là»: ma la risposta, in fondo, era già nel titolo. Quella carezza della sera, sì: è la carezza di papà, che fino all’ultimo giorno cercheremo di ritrovare.

Un pensiero su “Quella carezza della sera.

  1. C’è un tempo unico, speciale, diverso nel quale più facilmente tornano alla mente pensieri, volti, memorie, nomi e vissuti, che altrimenti restano sopiti nel lento scorrere del tempo e delle stagioni…
    Alla sera, nella vivacità di un mondo dinamico e non facilmente controllabile nelle altre ore del giorno, in perfetta solitudine, abbiamo l’ occasione, la fortuna di ritrovare noi stessi. Ritrovarsi, riscoprirsi lasciandosi precipitare nel vuoto, nel silenzio.
    Lo sguardo si muove sicuro su percorsi familiari. Cade, per caso, su un tavolinetto sistemato in un angolo, accanto alla finestra. E’ letteralmente ricoperto di fotografie, di tempi passati e recenti, alcune racchiuse in raffinate cornici d’argento, altre semplicemente appoggiate . La mente rimesta tra i ricordi, quasi annaspando a caso dentro a un vecchio baule, mentre tornano vivi, vicini, presenti nomi precisi, familiari, impressi a chiare lettere su un mondo di cose che tornano a vivere e appaiono quelle di sempre.
    Le foto appartengono alla identità, alla storia di una persona; cementano la sua quotidianità, la orientano verso il futuro, infondendo equilibrio, e quella misteriosa preziosa sicurezza, che appartiene a coloro che amano il proprio passato, fatto di piccole e grandi vicende, che hanno aiutato a crescere, a cambiare, insomma a diventare quello che ora siamo.
    Il cuore e la mente si affollano di incontri e di ricordi diventati remoti, ma improvvisamente resi presenti da oggetti, sapori, colori che sembrano, in verità, non essersi mai allontanati.
    Tutto torna lucidamente presente, come se la linea di confine del più remoto passato fosse custodita solo dallo spazio di una notte. Tutto vicino, come fosse accaduto ieri.
    Sembra di sognare. Pare di stare in un mondo altro, che viene dal passato, da molto lontano, ma che diventa capace di ridare vita, presenza, verità a cose, a situazioni che sappiamo non possono tornare.
    La poltrona: barca in un mare di emozioni.
    Sensazioni paragonabili a un momento di bonaccia, quando la distesa liquida è calma, le vele sono raccolte, il dondolio invita al torpore. Prendersi cura di se stessi e lasciare da parte l’agire per concentrarsi sulle proprie sensazioni, far sì che esse possano nascere da desideri nuovi che possano rigenerare la persona attraverso piccole cose dimenticate. Così la barca diventa una culla, le onde sono le braccia materne che inducono al riposo, si può riscoprire il piacere del sole caldo sulla pelle, imparare a vivere momenti di pausa che non sono di inezia e di noia, ma di intenso rapporto con se stessi.
    E’ un tempo magico quello che concediamo a noi stessi. Una stanza inviolabile. Un diario segreto. Uno spazio incredibile, da dove riemerge, come da una fonte profonda, una energia indicibile, capace di rimettere in piedi una giornata che appariva ormai conclusa. Non è tempo rubato, ma un tempo dedicato, riservato, esclusivo, indispensabile. Garanzia di verità.
    Nelle profondità del pensiero, nulla si improvvisa: tantomeno le cose che contano. I dettagli vanno notati e ascoltati. Lì, in quelle profondità, nasce e si fa strada la voglia di ricominciare: lì ogni cosa trova il suo nome, ogni nome il suo volto, ogni volto il suo cuore, ogni cuore il suo cammino.
    Servirà, tutto servirà per il nuovo giorno.

    SERA

    di Fausto Corsetti

    C’è bisogno di tenere gli occhi chiusi per riuscire a vedere. Occorre fare silenzio per accordare il violino interiore. Bisogna stare in ascolto per udire la voce del vento interiore che trema…

    Un abbraccio affettuoso a Voi tutti.

    Fausto

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