Due sguardi, il “punto infiammato” di una giornata di Meeting.

La gentilezza e la serietà di uno steward. “La mia prima volta al Meeting è tutta qui, nel peso di uno sguardo”. MARCO POZZA racconta la sua prima volta al Meeting di Rimini.

Chiuderà domani il Meeting di Rimini. Ci piace condividere, con questa lettera  a Il Sussidiario odierno di don Marco Pozza che stiamo imparando a conoscere, il clima che si respira nei padiglioni e persino nei corridoi, pure negli spazi esterni della Fiera. E’ il respiro stesso della Manifestazione. Davvero.

Caro direttore,
fregato da uno sguardo, sguardo-in-agguato: stregato da uno sguardo. La mia prima volta al Meeting è tutta qui, nel peso di uno sguardo. Gli organizzatori mi hanno invitato per portare la mia testimonianza: non ha nulla di speciale, ma è la più bella perché è mia, la mia storia. Che è una storia d’amore con l’umano, perchè prima è storia d’amore con Dio, sangue e refrigerio.

L’invito ufficiale era questo: quello reale si è annunciato nel viaggio di ritorno. Capita così anche nei Vangeli: i passi di Dio sono passaggi che s’annunciano dopo che son transitati, quello cristiano è un Dio che si lascia vedere di-spalle. Niente a che vedere col voltare-le-spalle. Ho scoperto tardi che ero stato invitato per farmi guardare da Lui: perché notassi che la medesima realtà di tutti i giorni è sempre la stessa, è anche capace di generare nuovi inizi, perpetui e sempre daccapo. Insomma, ho fatto la fine, anche la figura, di Zaccheo: “Et vidit Dominus ipsum Zacchaeum. Visus est, et vidit” (Agostino, Discorso 174). Zaccheo vide Gesù, fu guardato da Gesù: ciò che vide dopo quello sguardo era la stessa realtà, completamente diversa. E’ la magia — nell’accezione fulgida del termine — della salvezza cristiana: salvarsi non è guardare Cristo ma accorgersi, guardandoLo, che già ci stava guardando. Eravamo nel mirino di Cristo quand’eravamo ancora distratti.

A sgonfiare la mia strafottenza è stato uno sguardo, di Tommaso: per me Tommaso rimarrà per sempre il Meeting. Il primo sguardo non si scorda. Era il mio hostess-di-giornata: aveva il compito d’accompagnarmi, tenendo a bada la mia baldanza, forse arroganza. La sua vera missione, però, la scoprirò dopo averlo salutato la sera, alla fontana della Fiera: essermi la traduzione evidente dell’eredità intonata da Goethe: “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo“. Non ha fatto nulla d’eccezionale in tutta la giornata: mi ha accolto (“E’ pagato per questo” mi son detto), ha organizzato la giornata (“E’ nel contratto”), ci ha prenotato le mostre, dopo avergli raccomandato quelle che si potevano evitare (“Perché stupirsi? Sta facendo il suo dovere”). Per tutto il giorno sempre un passo indietro, una mano occupata dalla sua cartellina e l’altra sempre pronta per l’occorrenza. E’ partito insistendo con il lei, dopo qualche decina di minuti ha accettato di passare al tu: l’ho implorato, per lui pareva rispetto-sottratto. Stando dietro, con lo sguardo ci precedeva: per aprire la porta, recuperare una penna, chiedere permesso. Guardandolo — non l’ho mai perduto d’occhio, m’incuriosiva per stile — avvertivo l’eco del messaggio di Francesco per il Meeting: “Lo sguardo (…): ecco ciò che abbiamo ereditato, il tesoro prezioso che dobbiamo riscoprire ogni giorno, se vogliamo che sia nostro”. Lentamente mi si faceva chiaro che Tommaso, col suo sguardo, era la misericordia di Cristo per me: se il mio Gesù — com’era certo don Luigi Giussani — è “Presenza Presente”, quello era sguardo-presenza.

Esattamente per me che, al Meeting, dopo anni di scusanti sono arrivato col sarcasmo: “Sei pronto per la litania? Ripetila: La partita della storia, il popolo in cammino, l’attrattiva-Cristo, il senso religioso, il tocco che c’inquieta”. Parole-cantilene fino all’altro giorno: parole-tonanti dopo lo sguardo di Tommaso. Perché — vorrei tacerlo, ma griderebbe più forte — davvero ho visto un popolo in cammino: col sorriso, la gioia dell’incontrarsi, il senso di un’avventura, la forza d’urto di una memoria condivisa, la freschezza delle sue radici. La caritativa di Tommaso — un mezzo genietto alla Bocconi — che, come tutti gli altri amici, si è pagato di tasca sua questi giorni, altro che “E’ pagato per questo” come avevo bollato io le sue mille (più una) attenzioni.

La Grazia genera il Gratuito, dal quale nasce gratis: avverbio-di-servizio.

Dieci anni fa a colpirmi era stato lo sguardo di Graziano: ero già un ribelle, circondato di letteratura auto-costruita. Quella sera, d’agguato, mi fissò con una dolcezza disarmante. Nacque lì, a margine di un incontro, una delle più care amicizie: non mi parlò mai di don Giussani, ma viveva in una maniera tale che un giorno mi sorse spontaneo: “Mi racconti la tua storia?”, m’affascinava lo stile. Altri infarciscono il loro discorrere con citazioni del Gius, spizzichi di Vangelo: sono capaci di spegnere sul nascere ogni curiosità. “Recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi occhi si sono incrociati con i miei” (Papa Francesco). Capita così coi santi, esattamente come capita con Dio: se li usi t’abbandonano per strada, se ti lasci usare da loro ti fanno diventare padre-di-moltitudini.

Generatori di nuovi inizi. Lo sguardo d’affetto di Tommaso e Graziano: “il punto infiammato” — per dirla alla Cesare Pavese — di una giornata di Meeting. Gli organizzatori vicino al mio nome hanno scritto l’espressione “Testimonianza di frontiera”. Mai cosa fu più vera: alla frontiera della mia incredulità, sono stato testimone di uno Sguardo.

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