Omelia di don Giacomo Rossi: la luna e il dito.

 

Partecipazione all’ordinazione sacerdotale di mons. Delpini

IV domenica dopo il martirio di S. Giovanni il Precursore

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C’è un proverbio popolare che dice grosso modo: “quando il saggio indica la luna, tutti guardano il dito”. Non so se è un’immagine all’altezza dell’espressione usata da Gesù: “voi mi avete seguito non perché avete visto dei segni ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Tuttavia, dice bene una difficoltà comune: è più facile concentrarci su quello che facciamo (il nostro lavoro, la nostra famiglia, i nostri problemi) che capire il senso di quello che stiamo vivendo, capire dove stiamo andando e chi stiamo diventando. E’ più facile inchinarsi ciecamente davanti a qualcosa, che vedere cosa stiamo diventando.

Gesù non ha mai messo in alternativa il “cibo che non dura” con il “cibo che è Lui”. Non si sarebbe lasciato commuovere dalla folla poche pagine prima e non ci avrebbe insegnato a pregare per il “pane quotidiano”. Saziarsi del pane, occuparsi delle cose della vita, piegare le ginocchia per lavorare, godere della vita… non sono mai stati in alternativa alla sua sequela. Tuttavia –come afferma questa pagina– il primo pane rimarrà sempre insufficiente e insoddisfacente. Realmente “non dura” e hai continuamente bisogno di chiederlo. Non puoi pensare che sia “sufficiente” e anche il Padre Nostro lo insegna: chiedi il pane che basta per oggi, domani dovrai chiederlo di nuovo. Ogni idolo davanti al quale ci inchiniamo, magari usando tutto il nostro tempo e le nostre energie, alla lunga ci delude.

Chi pensa che l’importante sia raggiungere i propri obiettivi (anche buoni): il lavoro, la famiglia, i figli, non fa una cosa cattiva. Tuttavia, deve ricordarsi che sarà come “il cibo che non dura”, se ne cercherà sempre di nuovi o resterà insoddisfatto dei vecchi… Invece dovrebbe chiedersi: cosa mi vogliono dire questi segni? cosa dovrei imparare? come dovrei cambiare? Cioè: qual è il senso di questo mio lavoro, di questo mio educare i figli? E’ un senso che mi porta al pane che è Gesù e al suo modo di vivere? E’ qualcosa che mi allontana da Lui, che mi fa solo più “furbo”, più “scaltro” o più “cinico” ?

La domanda della folla è goffa: non vedendo il senso di quel pane, chiede ancora qualcosa, qualcosa da fare: “dicci cosa dobbiamo fare.” Fai sì che basti un’altra cosa da fare (l’ennesima): un’altro divieto o un’altra attività, in modo da essere finalmente a posto, da essere arrivati, da saziare l’umana inquietudine. Invece, Gesù non aggiunge nulla.

Dostoevskij, citava questo episodio nel famoso racconto del grande inquisitore. Scrive: “acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “davanti a chi inchinarsi?”. Ovvero, se Gesù si fosse limitato a dare “il pane agli uomini”, a “saziare tutti i loro desideri” e avesse accettato in cambio la loro libertà, tutto sarebbe andato bene. Invece, tutto il problema nasce dal fatto che Gesù non vuole accontentarsi di questo, non vuole rubare la libertà agli uomini, anche la libertà di andarsene. Insomma, guardare la luna invece del dito, vedere la destinazione della nostra fatica, è qualcosa che nessuno può fare al nostro posto da persone libere. Forse neanche Dio.

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