Come giocattoli… relegati in soffitta.

Ciao Fausto Corsetti! Ti attendevamo. E che sorpresa… Ci permettiamo, se non ti spiace, oggi di corredare il tuo componimento con “I Vecchi” di Claudio Baglioni. Parrebbe scontato, ma che versi!..

Ascoltiamola QUI.

L’autunno mi fa pensare a quella che con parola pietosa si chiama la terza età. E’ la vecchiaia, ma è come se si avesse paura a chiamarla con il suo nome, quasi che la “vecchiaia” fosse una parola invereconda. Forse non il nome, ma la vecchiaia è invereconda. Mi chiedo spesso se questa sia la ragione della solitudine degli anziani.
Sempre più frequentemente ascolto storie tremende: genitori, con numerosi figli, abbandonati.
Nessuno che li vada a trovare, nessuno che si interessi di loro.
Oppure figli che litigano per i turni di visita o per quelli di assistenza domiciliare.
Figli che arrivano a farsi pagare l’assistenza. E autorevoli dirigenti e professionisti affermati che, appena passata la festa di saluto per il pensionamento, sono ignorati da tutti, non ricevono più telefonate, non sono più niente per nessuno. La loro casa, fino a ieri insufficiente a contenere le presenze quotidiane di “amici” e “clienti”, diventano improvvisamente silenziose, deserte e immense.

Spesso ascolto anziani che ricordano i giorni dell’affetto, delle tenerezze, del calore delle feste: figli, nipoti, parenti, amici, tutti riuniti a stare insieme, a fare cose insieme; e i pomeriggi passati con la moglie (o con il marito), magari anche solo a passeggiare, a vedere vetrine. Ora, intorno, non c’è che durezza, assenza, fretta, sopportazione. Gli amici sono spariti.
Credo che la cosa più triste della vecchiaia sia la solitudine o forse il senso dell’abbandono. Sì, l’abbandono ancora più della solitudine, perché l’abbandono è vissuto come una dolorosissima ingiustizia. Perché è vero che spesso gli anziani non sono divertenti, ma quasi sempre lo sono stati. Sono stati divertenti, importanti per qualcuno, o forse per tanti; sono stati attivi, dinamici, moderni, spiritosi; sono state querce dai rami sicuri, hanno amato, sono stati amati, desiderati, stimati. Ora hanno perso tutto questo, ma credevano di avere la garanzia degli affetti più cari e invece perdono anche questi.
Ecco che cos’è l’abbandono. E’ sentirsi un vecchio cavallo a dondolo finito in soffitta. Ci sarà forse un ultimo sprazzo di affetto al funerale, qualche lacrima e un sospiro: “sì, era vecchio, è la ruota della vita!”
La profonda ingiustizia consiste nel decretare la morte dei sentimenti prima della morte biologica.
Chi pronuncia questa sentenza non sempre si rende conto del dramma che provoca. Talvolta ci sono anziani che passano la giornata a spiare se figli o nipoti – che magari abitano un piano di sopra o sotto della stessa casa – si affaccino al balcone o diano qualche segno di interesse. E poi chiudono malinconicamente la finestra della speranza.
Qualche riflessione ancora.
La prima è che presto, molto più presto, forse, di quanto crediamo, arriverà anche per noi l’ottobre della vita. E guai a noi se, assieme alla solitudine e all’abbandono, dovremo fare i conti con il rimorso di aver trascurato o addirittura abbandonato , a maggio, la gente di ottobre.
Subito dopo, dovremmo esaminarci sulla nostra capacità di amare. Se amiamo solo ciò che è amabile, o solo quando è amabile, forse noi stessi, spesso, non avremmo diritto all’amore, specialmente “Lassù dove sempre e comunque Qualcuno ci ama”.
E poi che cosa è “amabile”? Solo ciò che piace, che diverte, che arricchisce, che premia, che ricambia?
Auguriamoci di imparare in tempo il valore della gratuità, di saper scoprire un tesoro nascosto anche in un volto di vecchio.

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