Omelia don Giacomo. IV d’Avvento Ambrosiano.

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Gran parte di questo episodio narra l’incarico dato dal Signore ai discepoli di andare a prendere un puledro. Il Signore ha bisogno di un puledro, lo userà e lo riconsegnerà, ma ha anche bisogno dei discepoli che vadano a fare questo per Lui. Così accade anche nei preparativi per l’ultima Pasqua della sua vita: i discepoli dovranno andare nella sala e preparala. E così anche in molte altre vicende del Vangelo dove il Signore appare tutt’altro che autonomo: usa la barca di Pietro e si ferma nella sua casa, occupa il terreno di un amico al Getsemani, viene ospitato da Lazzaro e Marta… Di tutto sembra avere bisogno, poche cose sono davvero solo sue –forse solo la tunica che indossa. Molto chiede in prestito, molto si fa ospitare e spesso ricorre alla buona volontà dei suoi: li manda a fare provviste mentre parla con la Samaritana, li invita a distribuire i pani che moltiplica… Insomma, da solo non avrebbe fatto quello che ha fatto e forse non sarebbe stato Gesù.

Questo Vangelo lo ricorda: “il Signore ne ha bisogno”. Ha bisogno del puledro come dell’aiuto dei discepoli perché il Regno che annuncia non avviene senza gli uomini, non accade senza che noi “prestiamo” qualcosa al Signore. Pensiamoci per un momento: “Dio ha bisogno degli uomini”. Siamo abituati a pensare che siamo noi che abbiamo bisogno di Dio. Invece qui si dice il contrario. La nostra visione un po’ asettica e fredda di Dio ce lo fa pensare come entità astratta e onnipotente. Invece, Gesù insegna che Dio ha bisogno di noi, chiede il tuo tempo, i tuoi beni, la tua intelligenza… e promette di restituirli –a volte moltiplicati.

Strano che Dio abbia bisogno di noi. Che onnipotenza sarebbe? Eppure, ben conosciamo questa sensazione. Quando davvero amiamo qualcuno, quando impariamo a volere bene, non possiamo non dire: “ho bisogno di te”. Dire “ho bisogno” è rivelare una fragilità di noi, ma non è una fragilità che ci umilia, al contrario! E’ come dire “non basto a me stesso”, “mi sono legato”, ora non sono più “autonomo”. Quello che noi proviamo nella vita in questi legami è quello che prova Dio per noi, anzi, è in fondo ciò che ci rende simili a Lui. Una fragilità che non umilia e non imbarazza, ma al contrario che ci rende simili a Dio. Come suona stonato questo discorso mentre oggi si cerca a tutti i costi di essere forti e invulnerabili, mentre si viene giudicati sul proprio profitto e sul grado della propria indipendenza e autonomia.

Chi di noi è cresciuto con questa idea su Dio? Con l’idea che Dio faccia come Gesù in questo Vangelo e chieda: “per favore, ho bisogno che tu vada a prendermi quel puledro” o non piuttosto con l’idea che Dio vada servito e onorato perché non si sa mai… Invece, Dio è orgoglioso di te e non ti cambierebbe con nulla, per questo ti chiede qualcosa.
L’umiltà, che è la condizione necessaria affinché la nostra vita non appaia sempre frustrata o acida –al contrario del nostro delirio di onnipotenza– prima di essere una virtù umana e cristiana, è una caratteristica di Dio. Tanto che possiamo dire che la forza di Dio è nascosta nella sua debolezza. Come la forza di ogni legame vero è nascosto nella sincerità della nostra dipendenza che ci fa dire: “ti cerco perché ho bisogno di te”.

L’aveva intuito la grande scrittrice olandese Etty Hillesum, ebrea morta nei campi di concentramento di Auschwitz nel ’43. Scrive nel suo diario:
“Una cosa, però diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu (Dio) non puoi aiutare noi, ma che siamo noi ad aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirTi dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che Tu non possa fare molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: Tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare Te, difendere fino all’ultimo la Tua casa in noi.”

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