La foresta dei giusti.

La stele dedicata all’italiano Giorgio Perlasca nel giardino Yad Vashem

di FAUSTO CORSETTI

E’ necessario e giusto ricordare il passato. Bisogna ricordare per impedire che la Storia si ripeta, che la violenza e l’odio razziale, vinti una volta si ripropongano in forme nuove, dietro altre intolleranze, altre battaglie. Per questo il nostro Paese ha aderito a una proposta internazionale e ha istituito dal 2000 “La Giornata della Memoria” per commemorare le vittime del nazismo e dell’Olocausto, il 27 gennaio. Una data storica: il 27 gennaio del 1945, quando si aprirono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz e i pochi superstiti furono liberati, il mondo vide l’orrore del genocidio nazista.
Ma la Giornata della Memoria serve anche a ricordare tutti coloro che, a rischio della propria, hanno salvato altre vite. Più di mezzo secolo fa, una mattina del 1953, al Parlamento dell’antichissimo e nuovo Stato d’Israele veniva deciso di dare vita a una foresta in una vasta e ancora poco popolata zona della capitale, Gerusalemme, là dove erano solo ciuffi d’erba. Si decideva di piantare lì un albero per ogni persona non ebrea che in Europa, durante gli anni dell’occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale e della strage nazista di sei milioni di ebrei, ne aveva salvato anche uno solo, salvandolo dalla caccia degli assassini, dagli artigli della morte.
Erano passati solo otto anni dalla fine della guerra, le ferite dei lutti erano ancora tutte aperte, i sentimenti dei superstiti – e si può dire che tutti gli ebrei d’Europa ancora in vita erano superstiti – nei confronti di quanti li avevano traditi, venduti e uccisi, erano facilmente immaginabili. E almeno un terzo della popolazione israeliana di allora era costituito dai sopravvissuti ai campi di sterminio.
Nel “Manifesto programmatico” della foresta di Gerusalemme era scritto che “Le storie dei Giusti provano che era possibile aiutare”. Ma chi era definito un Giusto? Erano “Giusti tra le Nazioni” coloro che sfidando rischi oggi nemmeno immaginabili erano riusciti a salvare qualche ebreo dalla implacabile caccia nazista. I Giusti avevano dimostrato che – dice ancora il Manifesto – era possibile opporsi alla macchina della morte e del terrore. La resistenza al male era ed è sempre possibile, in ogni circostanza. “Le storie dei Giusti aiutano a controbilanciare la terribile eredità del Terzo Reich” di Hitler. “Il loro esempio ci ricorda che la vita è un valore in sé”. Come si legge nel Talmud, il testo-guida dell’ebraismo, “chiunque salva una vita è come se salvasse il mondo intero”.
Perché la definizione di “Giusti”? Per l’episodio biblico che racconta la minaccia divina di distruggere le città di Sodoma e Gomorra, luoghi di corruzione e di peccato, e la preghiera a Dio di Abramo, il primo dei Patriarchi, di recedere dalla sua tremenda decisione. Salva quelle due città, implorava Abramo, dicendo: “Se in quelle città ci fossero cinquanta persone rette e oneste, vorresti farli morire insieme ai peccatori?”. Pare che Dio, intenerito, gli avesse risposto che sì, andava bene se a Sodoma e Gomorra ci fossero stati cinquanta Giusti, le avrebbe risparmiate. Abramo però aveva paura di essere stato un po’ troppo ottimista. Perciò decideva di “trattare” con Dio. E se ce ne fossero trenta? E venti? Alla fine Dio accettò il numero di dieci. Ce ne fossero stati dieci, avrebbe salvato le due città di vizio e di peccato. Purtroppo non ce n’era neanche uno, e Dio distrusse le due città.
Ma nella Germania di Hitler, nella Germania dove, dei sei milioni di ebrei trucidati, un milione e mezzo erano bambini, di Giusti ce n’erano ben più di dieci e vivevano in tutti i Paesi occupati dall’esercito della Germania nazista.
In ogni Paese gli ebrei salvati segnalarono a chi da Israele faceva le indagini, le storie e i nomi di salvati e di salvatori. Così, nel corso di cerimonie molto commoventi presso le varie ambasciate d’Israele o spesso in Israele stesso, ai salvatori veniva consegnata la Medaglia dei Giusti, la più alta e preziosa onorificenza israeliana.
A Yad Vashem, Gerusalemme, dove sorge un grandissimo Memoriale con sei milioni di nomi (quelli del milione e mezzo di bambini sono scanditi uno per uno e giorno e notte in una lettura registrata che dura due anni), viene ogni volta messo a dimora un albero che porterà il nome del salvatore. Dai primi alberelli del 1953 a oggi, sono diventati oltre quindicimila gli alberi che formano la Foresta dei Giusti. Non un bosco, proprio una foresta. Una foresta posta a testimonianza che la memoria del Male, anche abissale, anche assoluto, non deve mai essere disgiunta da quella del Bene, specie se questo Bene è stato concepito negli anni più neri della storia europea e forse mondiale.

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