Nutrimento indispensabile all’anima umana è la libertà

Libertà non è uno spazio libero, cantava Giorgio Gaber, libertà è partecipazione.

Ma erano gli anni ‘70.

Vi sembrerò pessimista, ma a me pare che oggi, per i ragazzi, la libertà non solo è vista come il desiderio di fare ciò che vogliono, ma è declinata spesso in un’ottica individualistica.

Chiedono ai genitori di farsi da parte, di non intralciarli.

Libertà totale e illimitata: vogliono decidere loro quanto stare al computer, quanto studiare, a che ora della notte rientrare, cosa bere, come vestirsi. Beh, obietterà qualcuno, è sempre stato così.

La ‘novità’ del modo di concepire la libertà da parte dei nostri adolescenti sta nell’erosione dell’idea di limite.

I ragazzi, i giovani reclamano per sé non un po’ di libertà, ma la libertà tutta e subito. Ciò che esigono non è l’allentamento del legame con i propri genitori, ma la cancellazione dello stesso. E tutto ciò possibilmente in modo cortese, senza uscire di casa, senza sbattere la porta. Che la casa-albergo continui a funzionare, con vitto, alloggio e connessione a internet h24.

Cosa non ha funzionato ? Forse che la regola da sola non basta, se non è accompagnata dallo stare assieme.

In gioco non c’è l’obbedienza, ma la presenza.

 Che abbiamo smarrito il senso della presenza? Che siamo noi gli assenti?

3 pensieri su “Nutrimento indispensabile all’anima umana è la libertà

  1. Della politica, di ogni suo minimo sussulto, controversia, screzio, si discute per giorni, si ragiona, si polemizza. Dei giovani e giovanissimi, dei loro problemi, dei loro allarmi, della loro violenza, dei terrificanti crimini che riescono a commettere, dopo un momentaneo commento incredulo e sbigottito, si tende, invece, a tacere. E così gli accoltellamenti, le rapine, le aggressioni, gli stupri di gruppo, gli assassini per opera di adolescenti transitano veloci giorno dopo giorno negli spazi delle cronache nere, senza che ci prendiamo la briga di riflettere davvero su cosa stia succedendo nella nostra società.

    Di loro, dei ragazzi quando li arrestano, si colgono per lo più la freddezza e l’indifferenza, non solo per le vittime ma anche per i propri cari e il proprio destino, quasi che qualsiasi cosa – compreso il carcere – fosse preferibile all’insopportabile noia che li affligge. E sembra specchiarsi, quest’indifferenza, nel loro abbigliamento, sempre uguale, jeans, scarpe sportive e felpa, del tutto indifferente ai diversi luoghi e circostanze: casa, scuola, lavoro, pub, sport oppure discoteca.

    Vanno e rubano, vanno e accoltellano, vanno e danno fuoco a un barbone, vanno e uccidono un compagno di scorribande, quasi sempre in gruppo, per farsi forza, naturalmente, perché da soli forse non oserebbero, e noi ce la sbrighiamo parlando di “fenomeno delle baby gang”, come se il termine straniero minimizzasse la tragicità dei fatti.

    Ma da dove vengono e chi sono questi alieni crudeli e indifferenti? Da case normali per lo più; anche dal degrado, dalla miseria e dall’emarginazione, ma altrettanto, da case belle, quartieri buoni e famiglie per bene. Potrebbero essere figli di tutti noi, incappati per insicurezza, per solitudine, per noia nell’amico più forte, nel gruppo sbagliato; e si sa che il gruppo ormai conta più della famiglia, per il semplice fatto che la famiglia, nonostante il gran parlare che se ne fa, è oggi più debole che mai.

    Oltre a essere spesso dimezzata, per cui i ragazzi sono privi della costante ed equilibrante presenza di entrambi i genitori, non è più come un tempo affiancata e sostenuta nel suo magistero dagli insegnanti e da altre figure di educatori per ragioni che a volte risalgono paradossalmente proprio alla famiglia.

    Se, infatti, padri e madri – come spesso accade- prendono sistematicamente le parti dei figli contro maestri e professori, è difficile che si crei quell’alleanza di intenti preziosa per l’educazione. E rinunciare a qualsiasi forma di istruzione religiosa è, ovviamente, una scelta che priva la famiglia di un supporto non indifferente. Moltissimi sono naturalmente i padri e le madri forti abbastanza per farcela da soli a insegnare ai figli cos’è bene e cos’è male, ma molti sono anche quelli che, invece, non ce la fanno.

    Ma c’è dell’altro, ed è la profondissima infelicità dei giovani. Perché è certo che sono infelici, lo gridano dietro i loro indecifrabili silenzi che non sempre riflettono soltanto il comodo, rilassante oppure stanco silenzio degli adulti. E’ un’infelicità chiusa e senza desideri, peraltro, secondo il geniale titolo del romanzo Infelicità senza desideri (1972) del romanziere e drammaturgo austriaco Peter Handke, perché non può esserci desiderio dove non c’è speranza.

    Ecco, quel che atterra i nostri figli, quel che toglie loro qualsiasi energia positiva, quel che li rende tetri e annoiati e, dunque, disponibili alle trasgressioni più atroci, è la mancanza di speranze condivise. Speranze che molto prima di essere di natura economica sono di natura ideale, nutrimento e carburante indispensabile per i giovani.

    Anche per noi adulti, ovviamente, perché l’uomo non può vivere senza aspettarsi per domani una sia pur minuscola luce, ma in modo meno assoluto e radicale , perché abbiamo ormai imparato bene a difenderci dal vuoto. Speranze – condivise – che una volta riguardavano la politica, per esempio, oppure la religione o la cultura e che adesso mediamente, s’innalzano fino ai successi della squadra di calcio del cuore o al sogno di finire in tv oppure alla conquista di un certo tipo di abbigliamento firmato e uniforme.

    Poveri ragazzi, viene da dire, però è questo il piatto che abbiamo preparato per loro, gli esempi che abbiamo fornito, i modelli che abbiamo fabbricato. Ed è un serpente che si morde la coda perché se famiglia, scuola e istituzioni varie oggi si rivelano così deboli, così inascoltate e incapaci di educare è anche perché per prime sembrano aver smarrito nel tempo le ragioni forti del loro essere. I maestri, insomma, i tanto invocati maestri grandemente scarseggiano perché non credono più al loro magistero.

    SOCIETA’ SENZA MODELLI

    di Fausto Corsetti

    A ciascuno la propria riflessione.
    Un caro saluto a Voi tutti, carissimi amici.
    Fausto

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  2. Rispondo principalmente a Silvia, l’autrice del post che ha originato il commento di Fausto.
    Fino alla quintultima riga del testo – come durante gran parte della lettura di quello di Fausto – ho pensato: “parole un po’ troppo pessimiste!” Le ultime 4 righe hanno, però, dato il giudizio che reputo giusto.
    Sì, accompagniamoli questi giovani, questi nostri figli e nipoti! Siamo qui per questo.
    Qualche dritta ci verrà anche dal Sinodo su di loro. Una scorsa al discorso pre-sinodale di Francesco potrà aiutarci: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/march/documents/papa-francesco_20180319_visita-pcimme.html
    Un caro saluto
    Giordano

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