In confidenza.

Un affettuoso abbraccio a Voi tutti, carissimi amici, con l’augurio di ogni bene.
Fausto Corsetti

“Non bisogna mai confidare un segreto a nessuno. Perché se lo confidi ai tuoi tre amici più fidati anche ciascuno di loro, poi, ha tre amici che sono la discrezione in persona, e così quelli che lo vengono a sapere sono nove. Al passaggio successivo diventano ventisette e in breve tempo il segreto viene rivelato a un numero di persone che cresce – letteralmente – in maniera esponenziale”.
Questo, in sintesi, il consiglio del mio carissimo zio Umberto, ormai scomparso, contabile in quelle che un tempo erano le “Ferrovie dello Stato”: dal posto di lavoro gli veniva la conoscenza delle umane faccende; dagli studi tecnici la familiarità con cui trattava i numeri elevati a potenza.
La confidenza è qualcosa che non si dovrebbe mai violare non solo per motivi pratici. Ma anche perché certe cose le possiamo dire solo se siamo assolutamente sicuri che il nostro interlocutore manterrà il silenzio. Anche quando non ci sono di mezzo segreti veri e propri e anche quando nessuno viene danneggiato dal diffondersi di certe notizie, ciò che è stato detto in confidenza non deve essere mai rivelato perché nella confidenza le persone si consegnano, si affidano le une alle altre. Il danno che può derivare dal diffondersi di un’informazione riservata, tutto sommato, a volte è marginale. Il vero dramma si produce nelle persone: è la sfiducia che nasce dalla delusione, è la paura di fidarsi degli altri, è la solitudine.
Quando la fiducia è stata tradita, qualcosa muore, e nessuna sanzione, nessun ristoro può essere sufficiente a reintegrare ciò che è stato tolto.
Nella confidenza, nell’affidarsi reciproco, c’è qualcosa di sacro: i confidenti riconoscono di essere legati tra loro da un rapporto inviolabile, anche nei casi in cui nessuna legge umana li obbliga. C’è un bene che essi riconoscono anche se non lo possono del tutto definire; c’è una legge alla quale obbediscono anche se non sono previste punizioni per i trasgressori; c’è un vero e proprio atto di fede che essi compiono nei confronti l’uno dell’altro.
Fidarsi di qualcuno, infatti, è sempre mettersi un po’ nelle sue mani, rendersi vulnerabili, abbassare le proprie difese. E’ riconoscere che l’altro ci è necessario, è uscire da noi stessi, è donare qualcosa di intimo e prezioso: molto più prezioso di qualsiasi informazione segreta.
Questo atto di affidamento è necessario al bambino che si addormenta tra le braccia dei suoi genitori, ma è altrettanto necessario perfino al teppista che va allo stadio e si sente protetto dalla banda dei suoi pari…
Nessuno sta in piedi da solo, sul vuoto. Tutti abbiamo bisogno di fidarci e di affidarci. Anche la persona più cinica e sospettosa deve riconoscere che sarebbe bello e giusto potersi fidare del prossimo; sarebbe quindi giusto rispettare la fiducia dell’altro anche al di là e al di sopra del proprio interesse.
Serbare gelosamente dentro di sé la confidenza di un amico è arte sopraffina che cela sensibilità, discrezione, empatia. Arte difficile da apprendere. Con la quale si misura l’amicizia. Che è fatta di tanti dialoghi, ma soprattutto di ascolti. In silenzio, senza commentare. Né mostrare compiacimento o disappunto. Solo attenzione.
Proteggere la confidenza, il segreto di un amico è difendere l’amicizia stessa, rifugio sicuro contro la grave malattia dei nostri giorni: l’indifferenza.
Prima ancora di non sentirci capiti, viviamo l’angoscia che nessuno dia retta alle nostre parole. Potremmo dire qualsiasi cosa, urlare il nostro dolore, sussurrare un abissale disperazione. E attorno gente distratta o, peggio, che risponde senza sapere cosa.
Non abbiamo ancora finito di parlare e loro hanno già capito tutto. Un fiume in piena di consigli, avvertimenti, ammiccamenti, rimbrotti severi ci travolge e noi ce ne andiamo con la nostra domanda che non ha trovato uno straccio di possibile, almeno un po’ plausibile, risposta.
Detto in confidenza: spesso è come accendere il televisore quando avremmo bisogno di un cd vuoto.

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