Noi, la famiglia dei santi.

Don Barbareschi con l’allora card. Montini

Una serie di circostanze ha ritardato la pubblicazione di questo post della Nostra Antonietta Porro. E’ uscito in tempo, invece, sul bollettino della Parrocchia di san Giulio in Barlassina nella rubrica dal titolo “Tu lo hai fatto come un Segno”. Noi lo leggiamo, appunto, oggi: non rinunciamo di sicuro. Grazie Antonietta!

Come ogni anno, abbiamo festeggiato da poco tutti i Santi. Lo abbiamo fatto in un contesto sociale nel quale il 1° novembre coincide con la festa di Halloween – artificiale e commerciale come poche altre, visto che non ha proprio nulla a che fare con le nostre tradizioni – più che con quella di Ognissanti. Lo abbiamo fatto, come ogni anno, subito prima della commemorazione dei defunti: l’immediata successione di queste due ricorrenze nel calendario non è casuale; solo guardando al loro rapporto esse possono essere comprese appieno.
I Santi, infatti, sono gli amici di Dio, o, per dirla con le parole dell’Apocalisse, richiamate dal nostro Arcivescovo nella sua omelia di Ognissanti, coloro che sono «segnati con il sigillo del Dio vivente»: tutti noi lo siamo, e anche i nostri parenti e amici che stanno dall’altra parte lo sono; la festa dei Santi è anche la loro festa, dunque. Non esiste una festa più universale di questa: è la ‘nostra’ festa, di noi che vogliamo essere amici di Dio come di quelli che lo sono stati e lo saranno, poiché i Santi non sono solo quelli che figurano sul calendario.
La famiglia dei Santi – come mi ha ricordato in questi giorni un collega, sorprendendomi con un augurio del tutto inatteso – è una comunità, che sul piano numerico, dà addirittura le vertigini, perché comprende in sé gli amici di Dio passati, presenti e futuri; anche noi, per i quali la santità è un desiderio che deve ancora fare i conti con i nostri limiti terreni, siamo parte della famiglia dei Santi.
Mi ha aiutato, in questi giorni, incontrare persone che mi dicevano «buona festa dei Santi»; ho avuto l’impressione di una più diffusa consapevolezza, tra coloro che credono, di ciò che questa festa rappresenta.
A dire la verità, già le settimane precedenti mi avevano fatto sentire che i Santi non sono gente dell’altro mondo, che poco ha a che fare con noi, ma gente che ha camminato e cammina nel nostro mondo e che si è lasciata abbracciare dall’amicizia di Dio.
L’occasione ultima è stata – lo scorso 14 ottobre – quella della canonizzazione di Paolo VI, il nostro Arcivescovo Giovanni Battista Montini prima ancora che il nostro Papa. L’Arcivescovo Montini è stato tra noi, a Barlassina, più di una volta, ha amministrato il sacramento della Cresima a tanti della nostra comunità, ha presieduto la cerimonia della posa della prima pietra del nostro Oratorio. E’ nato nella nostra regione, è passato nelle nostre strade, ha incontrato la nostra gente. La sua storia ha toccato in diversi punti la nostra storia: e ora tutti lo riconosciamo “santo” anche ufficialmente, perché riconosciamo nella sua vicenda personale i segni di un’amicizia con Dio così forte da diventare evidente a tutti.
Pochi giorni prima un altro avvenimento mi aveva suggerito come Dio trasformi le vicende ordinarie di chi accoglie la sua amicizia in segni straordinari della sua presenza e soprattutto come le valorizzi e le renda evidenti, all’interno della famiglia dei Santi. Il 4 ottobre, a 96 anni di età, è tornato al suo Signore don Giovanni Barbareschi, la cui particolarissima vicenda biografica abbiamo raccontato in passato su queste pagine. Don Giovanni, ben noto a molti Barlassinesi, era stato uno dei “ribelli per amore”, uno, cioè, dei molti preti e laici cattolici protagonisti attivi della Resistenza: subito mi ha colpito – poiché nulla avviene per caso – che lui, che si era impegnato tanto per la libertà della nostra Italia, sia stato chiamato in Cielo proprio nel giorno della morte di S. Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Negli anni precedenti il 1945 don Barbareschi aveva sperimentato, oltre ad altre difficoltà, la durezza del carcere, dal quale era stato liberato anche grazie all’intervento del card. Schuster. Rammentando questa vicenda, in una intervista rilasciata ad «Avvenire» nel 2014, aveva raccontato un episodio che ogni volta riesce a commuovermi: «Dopo la scarcerazione andai in arcivescovado per ringraziarlo, avevo solo 22 anni e mezzo, e subito mi riconobbe (…). Questo carismatico monaco si inginocchiò, mi baciò le mani e mi disse: “Così nella Chiesa primitiva facevano i vescovi di fronte ai martiri”». Nella famiglia dei Santi può accadere anche che un santo Arcivescovo (il card. Schuster è ora riconosciuto dalla Chiesa come il beato Alfredo Ildefonso Schuster) si inchini davanti a un suo giovane prete, riconoscendo in lui la testimonianza della santità, della quale l’amicizia con Dio lo aveva reso capace.
Nella famiglia dei Santi i segni della santità non hanno bisogno di attendere gli onori degli altari per essere visti; essi anzi possono diventare – agli occhi di chi sa guardare con libertà e desiderio di vedere ‘oltre’ – testimonianza quotidiana e sostegno per il proprio cammino.
Nella famiglia dei Santi è possibile riconoscere – non solo tra gli Angeli, ma già quaggiù, pensando a chi ci ha preceduto nel segno della fede, a chi è stato riconosciuto santo dalla Chiesa e a chi ancora cammina tra le fatiche terrene – che la terra è piena della gloria di Dio e che anche noi possiamo farne parte.

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