Lasciate che i bambini vengano a me.

Antonietta è un’amica affezionata del Bar. Condivide le sue riflessioni che pubblica anche sul periodico della Parrocchia di san Giulio in Barlassina. La sua rubrica si chiama “Tu lo hai fatto come un segno”. Bentrovata!

«Lasciate che i bambini vengano a me» (Mc 10, 14), disse Gesù ai suoi discepoli, i quali temevano che i bambini che accorrevano al Maestro per essere benedetti fossero elemento di disturbo per lui; il Vangelo dice addirittura che Gesù ‘rimproverava’ i discepoli per il loro comportamento.
Qualche giorno fa i bambini della Scuola materna di Barlassina sono venuti in visita nella ‘casa di Gesù’ (questa definizione della chiesa rende comprensibile la sua funzione alla loro giovane età). Sono venuti in tanti – più di cento! –, con la loro direttrice e le loro insegnanti, e hanno riempito di colore, di sorrisi, di brusii simili a cinguettii la nostra chiesa.
L’obiettivo didattico era chiaro: far conoscere questo luogo a tutti, a coloro che lo frequentano e lo frequenteranno con i loro cari, ma anche a quanti, per una scelta culturale o religiosa della famiglia, non ci sono mai venuti. L’edificio della chiesa infatti non è solo luogo di culto, ma anche espressione della storia e dell’arte di un popolo. Così i piccoli, che qualche settimana fa avevano visitato il Palazzo comunale e avevano incontrato il sindaco, facendo la prima esperienza della loro appartenenza alla comunità del paese, hanno potuto vedere un altro luogo importante per la vita di Barlassina, oltre che fondamentale per la comunità cristiana che qui vive.

Chi scrive ha avuto l’opportunità di parlare ai bimbi, descrivendo, ancorché in forma narrativa e necessariamente sintetica, alcuni simboli e alcuni elementi artistici. Non esito a dire che si è trattato della lezione più impegnativa di sempre, al di là dei contenuti: di fronte allo sguardo limpido di quei piccoli, agli occhi spalancati in attesa di vedere e ascoltare cose che avrebbero direttamente fatto scendere nel loro cuore, senza i filtri che noi adulti frapponiamo fra ciò che ci viene comunicato e noi stessi, ho avvertito fortissima la responsabilità del parlare a loro. Non si può ingannare chi si fida, nemmeno un po’. Non si può raccontare loro se non ciò che riteniamo essere vero, senza barare. Ho pensato agli inganni di cui i bambini sono spesso vittima nel nostro mondo, inganni fatti di parole e di azioni: dagli inganni più gravi, di cui Papa Francesco, per tutta la Chiesa, ha chiesto di nuovo perdono in questi giorni (di quanti di questi inganni, perpetrati in altri ambienti, persino in contesti familiari, nessuno ha mai pensato di chiedere perdono?) fino agli inganni all’apparenza più lievi, ma in realtà solo più subdoli, come quelli di chi fa credere loro, fin dalla più tenera infanzia, che la vita sia solo divertimento e distrazione, possesso e prepotenza.
Molti di questi bimbi mi guardavano stupiti, con la meraviglia che solo la loro innocenza mantiene viva e naturale, ma che dovremmo tutti imparare da loro. La curiosità buona e lo stupore di fronte al mondo sono la condizione per conoscerlo davvero e per gustarne la bellezza: mantenere queste capacità consente di mantenere il cuore e lo sguardo giovane, anche se il tempo fa camminare inesorabilmente verso la vecchiaia.
Abbiamo percorso con loro la storia di S. Giulio, costruttore e patrono della nostra chiesa, che protegge tutto il paese, guardandolo dalla vetrata posta sopra l’ingresso della chiesa stessa; abbiamo osservato la cappella del Luini e narrato la storia di S. Martino e il povero, ivi raffigurati; abbiamo ammirato il grande ottagono affrescato da Valentino Vago; abbiamo anche guardato al tabernacolo, dove noi cristiani crediamo sia Gesù, vivo e presente oggi attraverso un piccolo pane.
Non so quanto i bambini abbiano portato con sé, dalla nostra conversazione. Certo io ho portato con me il loro desiderio di sapere e capire: al termine, mentre uscivano, uno di loro mi ha avvicinata e mi ha chiesto: «Ma dov’è adesso Gesù?». «In cielo», mi è venuto da suggerire istintivamente, con una risposta per lo meno imperfetta. «Ma allora è andato via dalla sua casetta?», aggiunge il piccolo, alludendo al tabernacolo. «No», gli dico, «perché Lui è capace di essere in cielo, nella casetta e anche dove siamo noi». Non so se la risposta sia teologicamente adeguata, ma il bimbo mi è parso soddisfatto, ha annuito e se n’è andato sorridente.
Una bimba mi ha detto di essere già stata una volta in chiesa; un suo compagno allora, ostentando la propria ‘superiorità’, ha aggiunto: «Io due volte!». Un terzo bambino, con l’aria di chi ha ‘esperienza’, è intervenuto dicendo: «Io novanta!», e mi ha spiegato che lui ci viene sempre, in chiesa, con la nonna. Ho pensato allora alla responsabilità che sempre più grava sui nonni riguardo all’educazione dei bambini, visto che sempre più spesso se li vedono affidati dai genitori impegnati con il lavoro. E ho ringraziato il Signore per il modo in cui essi assolvono a questo loro compito, trasmettendo ai piccoli ciò che davvero conta.
«Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio»: a chi è come loro; a chi ha il cuore libero, semplice, aperto al mondo; a chi sa stupirsi di tutto; a chi è pronto a imparare più che a impartire ammaestramenti; a chi non desidera altro che di potersi fidare e affidare. I bambini sono molto più di un segno, per noi: sono un modello. Perché Gesù ci ha detto anche: «Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei Cieli» (Mt 18, 3). Anche questo ho pensato, l’altro giorno, durante il bellissimo incontro con i nostri piccoli amici.

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