Ascensione del Signore per don Giacomo Rossi.

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Nel 1961 i sovietici riuscirono per la prima volta a mandare un uomo nello spazio. Forse il primo cosmonauta Gagarin o forse la propaganda anti-religiosa sovietica fece dire: “non vedo nessun Dio quassù”. Si voleva così dire che i cieli che preghiamo e dove il Signore è asceso fossero in realtà vuoti. L’altezza a cui tende la nostra vita, ciò che ci sta davanti oltre le nuvole, è solo spazio vuoto e freddo: non c’è un abbraccio che ci attende, non c’è un uomo (con tutte le sofferenze di un uomo vero) ad aspettarci. Assurdo: come se avessimo bisogno di andare nello spazio per confutare o dimostrare Dio? Come se i cieli fossero soltanto il “sopra le nuvole”.
Eppure, nella realtà, neanche per gli astronauti “i cieli” sono solo spazi freddi e vuoti sopra le nuvole, ma hanno un loro significato simbolico, metaforico e reale al tempo stesso. Insomma, questo spazio sopra di noi significa qualcosa? Certamente simbolicamente ci affascina e ci incanta, ben oltre lo spazio fisico.

Ora pare che lo conosciamo benissimo: ci mandiamo satelliti e lo esploriamo, eppure “i cieli” restano sempre “oltre” e “al di sopra”, continuando a farci spostare sempre più in là il nostro desiderio di vedere. E non sarà un caso che nel 1969, quando Buzz Aldrin metteva piede sulla Luna per la prima volta, dopo il suo compagno, durante un momento di silenzio decise di fare la comunione e bere il vino consacrato e l’ostia che dalla terra si era portato: “ho versato il vino nel calice che la chiesa mi aveva consegnato. Con la gravità pari ad 1/6 di quella terrestre il vino Continua a leggere