Goethe a Casamicciola: l’imprevisto è la legge di Dio

Ti hanno donato vita, tu proteggerai sempre la vita-in-emergenza. Nel titolo del Meeting che si è appena concluso, la chiave del miracolo di Ischia.

Anche don MARCO POZZA, che ospitiamo ancora al Bar grazie all’articolo odierno su Il Sussidiario, non è Ciellino. Ma ha portato la sua testimonianza di “prete di frontiera” al Meeting di Rimini. Anche Lui è stato colpito dal tema di quest’anno, e continua a lavorarci su confrontandolo con la nostra realtà. Come quella del più recente terremoto ad Ischia. Io aggiungo che le parole di Goethe non siano altro che la parafrasi del “Fate questo in memoria di me.”

Soffre d’ingordigia, dalla notte dei tempi, quell’incivile bestia del terremoto. Puntuale sferra colpi d’aguzzino: è nottambulo, quando il mondo s’appisola per cercare di rimettere in sesto le membra stanche, i corpi appesantiti, i pensieri che il giorno ha lasciato stesi al sole. L’anno scorso è toccato ad Arquata del Tronto, Amatrice, Accumuli e dintorni. Quest’anno la sorte è caduta sull’isola, ad Ischia, zona Casamicciola. La trama è la stessa: l’imprevisto che s’annuncia, la terra a tremare sotto i piedi, le macerie dalle quali s’alzano vagiti di bambini, polveri del fumo, grida di silenzio. Per fisionomia il terremoto somiglia al Dio-cristiano: Continua a leggere

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Sofferenza è non riconoscere il Signore.

Janrt Brooks-Gerloff “Emmaus” Aachen, Germania

Gesù, il compagno di viaggio che non riconosciamo

ERMES RONCHI

Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». […]

La strada di Emmaus racconta di cammini di delusione, di sogni in cui avevano tanto investito e che hanno fatto naufragio. E di Dio, che ci incontra non in chiesa, ma nei luoghi della vita, nei volti, nei piccoli gesti quotidiani. I due discepoli hanno lasciato Gerusalemme: tutto finito, si chiude, si torna a casa. Ed ecco che un Altro si avvicina, uno sconosciuto che offre soltanto disponibilità all’ascolto e il tempo della compagnia lungo la stessa strada. Uno che non è presenza invadente Continua a leggere

Anche io Le chiedo perdono, professor Veronesi.

Cristo muore, Cristo risorge "Pietà" - W. A. Bouguereau
Cristo muore, Cristo risorge “Pietà” – W. A. Bouguereau

Sì, anche io, nel mio piccolo, gli chiedo scusa. E ringrazio il Signore finché ci saranno uomini di Chiesa come don Federico Pichetto che sono all’altezza, e che altezza!, dell’esempio di Gesù Cristo nel proporci di giudicare la realtà, tutta la realtà, come buona e opportuna per rendere gloria e grazie al Signore della Misericordia.

Io, prete, gli chiedo scusa per non avergli dimostrato la testimonianza della Grazia che salva.

FEDERICO PICHETTO

UMBERTO VERONESI (1925 – 2016). Non so descrivere la tenerezza che ha sempre suscitato in me la figura di Umberto Veronesi. Il suo dichiarato pregiudizio anti-cattolico, la sua “guerra” alla Chiesa, il suo scandalizzarsi della presenza del male nel mondo come segno tangibile dell’assenza di Dio mi hanno, letteralmente, commosso. In nome di tutte queste cose Veronesi ha espresso idee, diffuso mentalità, intrapreso azioni. Ai miei occhi ha fatto anche del male, molto male. Eppure adesso, nell’ora della sua morte, non riesco che a paragonarlo — per grandezza umana — al Capaneo dantesco che, non riuscendo ad amare Dio, non poteva fare altro che odiarlo, maledirlo. La vita di Veronesi è stata un grido verso il Cielo, una disperata affermazione di chi ha provato a fermare il male e ha combattuto nella certezza di poterlo sconfiggere.

Come gli antichi pagani all’epoca di Augusto, Umberto Veronesi attendeva qualcosa che potesse salvare e guarire l’uomo. Lo attendeva dalla scienza, lo attendeva dalla medicina, lo attendeva — in fondo — dalla conoscenza. Veronesi aveva capito che la salvezza dell’umano sarebbe avvenuta solo attraverso l’umano, ma non riusciva ad arrendersi che solo un umano risanato — toccato dal Divino — sarebbe stato in grado di introdurre nel mondo un’intelligenza delle cose capace di affrontare e di perdonare il male stesso. Perché il male, ciascuno lo sa, non si vince eliminandolo, ma “assumendolo”, accogliendolo, abbracciandolo.

Per cui oggi, in un giorno in cui molti si ergeranno a impietosi giudici della vita di quest’uomo tormentato dal dolore dei suoi simili — e per questo furioso verso risposte facili e a buon mercato — io vorrei dire ad Umberto di perdonarci se le nostre parole, la nostra testimonianza, le nostre azioni non hanno reso trasparente nella sua vita il fatto che l’Onnipotenza di Dio non sta nella capacità dell’Altissimo di risolvere i problemi umani, ma nella determinazione, cocciuta e testarda, a non voler mai abbandonare l’umano, qualunque esso sia, comunque esso sia.

Dio si prende cura della libertà dell’uomo e non permette che il male fermi il Suo amore. Egli è l’Onnipotente nell’Amore. Poveri come siamo, derelitti come siamo, malati come siamo, noi alziamo gli occhi al Cielo per non rimanere soli dentro il Buio e vivere sempre la forza di una Presenza che è più grande di ogni oscurità.

Questa moda di inchiodare alle proprie responsabilità, con giudizi taglienti, uomini ormai morti, eppure controversi ma geniali — come Veronesi o Fo — è uno sport facile, estremamente elementare da praticare e infiamma gli animi di chi “vuole fare giustizia”. Eppure, al contrario, chiedere loro scusa per non essere stati “quello che noi cristiani dovevamo essere”, muovendo il loro cuore non verso parole vuote, ma verso il fascino di una vita toccata dalla Grazia, credo che invece sia il più grande atto di umiltà che un cristiano possa fare, l’unico capace di essere all’altezza di Cristo.

Il quale, come ognuno di noi sa dall’esperienza della propria esistenza, morì per noi quando noi stessi eravamo ancora peccatori. Ossia senza chiederci nulla. Gratis. Semplicemente stando dentro al Getsemani del nostro peccato, senza fuggire dal nostro male, ma affermando sulla Croce un Bene più imponente di ogni morte.

La libertà di Umberto, così ribelle e così anarchica, si trova adesso davanti alla forza della Misericordia di Dio. E c’è da scommetterci che, in questo anno Santo, essa rivivrà il miracolo di essere amata. Fino a far piangere anche lui, il grande oncologo rimasto orfano da piccolo che, nella sua rabbia e nel suo livore verso la Chiesa, cercava in fondo solo di ritrovare Suo Padre.

fonte: Il Sussidiario 9/11/2016