L’ora di religione per i più piccoli è una risposta alle loro domande.

Altro che Gesù di Renan…

Da Avvenire di oggi. Ho sinceramente desiderato, leggendo questa nuova testimonianza di Marina Corradi, che una come Lei possa ricoprire una responsabilità in politica attiva. Poi, con una altrettanto sincera rassegnazione, ho invece realizzato che Marina sia assolutamente utile al mondo dove sta e con la libertà che le è propria.

Ma leggiamo la freschezza della sua esperienza. Altro che Gesù di Renan… Di politicamente corretto si muore… 

Ma questo è solo il mio parere…

Caro Avvenire,
ho una nipotina di tre anni e mezzo che quest’anno inizia a frequentare la scuola materna. I genitori hanno deciso di farle frequentare l’ora di religione soltanto per non crearle problemi di discriminazione con i compagni di classe e anche per l’assenza di un valido programma sostitutivo che quella scuola non è in grado di assicurare. Diversamente avrebbero, e io con loro, preferito un’alternativa alla religione. Mi chiedo infatti come sia possibile parlare di religione a creature di quell’età senza rischiare di far danni. Proporre loro concetti già ostici per un adulto, cercare in qualche modo di accostarli al mistero senza turbarli con visioni pseudometafisiche, presentare simbologie spesso crude, sempre incomprensibili. Credo che sarebbe molto più utile impiegare quel tempo per curare altri aspetti dell’educazione, magari – perché no – quella fisica. Con assai più benefici per un bambino di pochi anni che chiede risposte chiare a domande quasi sempre assai semplici e sempre maledettamente serie. Oppure, se proprio si vuol introdurre qualcosa di alto, raccontargli qualcosa del Gesù di Renan. Grazie dell’ascolto.

Bruno Stefanelli

«Mi chiedo infatti come sia possibile parlare di religione a creature di quell’età senza rischiare di far danni», scrive il signor Stefanelli. Vorrei rispondere non da giornalista ma da madre di tre figli, che ora sono grandi. Ricordo molto bene però che quando erano piccoli ciò che mi meravigliò di più – io, senza fratelli minori, ero ignara di bambini – era, in loro come credo in ogni bambino, una naturale apertura al mistero della vita e del Continua a leggere

Angelo Scola. Nella speranza è la grande bellezza.

Letizia Fornasieri: “Calle”

Nel numero del 21 ottobre di Avvenire il Cardinale emerito di Milano ci parla della cosa che al Bar coltiviamo con passione. O almeno cerchiamo di farlo: la Bellezza. Un po’, noi meneghini, lo conosciamo Angelo Scola: le sue lezioni non sono easy; qui però ci aiuta con esempi e citazioni. Lo proponiamo agli amici.

La bellezza è lo «splendore della verità» dicevano gli antichi. Un bel paesaggio, una compagnia significativa, una coltivazione della terra ben riuscita, l’esito del lavoro paziente e accurato di un artigiano, un’opera di architettura, di scultura, di pittura, di poesia, di musica, ma soprattutto il miracolo sempre sorprendente di una nascita, o la dolcezza dell’amore vero tra l’uomo e la donna, l’energia con cui si sta dentro una prova legata alla salute, alla morte… In tutte queste manifestazioni della vita brilla (splendore) la verità. La verità, infatti, non è anzitutto un discorso o un insieme di formule logicamente ben compaginate. Ha piuttosto a che fare con la meraviglia con cui la bellezza si impone allo sguardo, fino a raggiungere il cuore di ogni uomo. Continua a leggere

Fiori per il giudice Livatino, mite guerriero che combatteva la mafia.

Facce da Italiani è una delle nostre rubriche. Oggi ci fregiamo di ospitare al Bar il giudice Bambino. Parliamo di Rosario Livatino. Un credente credibile. E Servo di Dio.

Grazie a MARINA CORRADI che lo ha commemorato il 21 scorso  dalle colonne di Avvenire.

Caro Avvenire,
due giovani sposi agrigentini, Angela Guarraggi e Gianluca Volpe, al termine del loro matrimonio, celebrato nella chiesa Sant’Alfonso di Agrigento il 13 ottobre, hanno voluto affidare il loro bouquet di fiori, che generalmente gli sposi conservano gelosamente tra i ricordi, a un amico con una preghiera: «Deporli per loro sulla stele del Giudice Rosario Livatino». Alberto, questo il nome dell’amico, ha esaudito il desiderio di Angela e Gianluca e commentando il gesto mi ha detto che «appena mi hanno chiesto di deporre il loro bouquet sulla stele del giudice, a stento ho trattenuto la commozione: è stato un gesto di speranza bellissimo».  A me, caro direttore, piace leggerlo come un gesto di riconoscimento e gratitudine verso un giudice e testimone credibile che ha lasciato certamente un vuoto nella magistratura, ma continua ad essere luce per tanti. Questo gesto mi ha fatto ritornare alla memoria quanto a tre anni dall’omicidio, monsignor Carmelo Ferraro, vescovo di Agrigento, si chiedeva: «Come mai la figura di Livatino esercita un così irresistibile fascino nelle giovani generazioni e non solo?». «Gli assassini, senza saperlo – concludeva –, anziché spegnere quella luce, hanno acceso un’enorme fiaccola», alla cui luce anche Gianluca e Angela camminano. Mi sento di dire, attraverso le colonne di Avvenire, un grande grazie ad Angela e Gianluca.

Don Carmelo Petrone direttore di “L’Amico del Popolo” Agrigento

Il 21 settembre 1990 alle 8 e 30 il giudice Rosario Livatino come ogni giorno sta recandosi da Canicattì, dove vive, al Tribunale di Agrigento. Sulla Statale 640 viene inseguito e raggiunto da un commando di sicari che lo incalzano per i campi. L’ultimo colpo è di lupara, a sigillare l’esecuzione. Rosario Livatino non aveva ancora compiuto 39 anni. Fin da ragazzo molto studioso, fervente cristiano, impegnato nell’Azione Cattolica, era entrato giovanissimo in Magistratura. I suoi colleghi si erano abituati a vedere sulla sua scrivania un Continua a leggere

Macerata. Proteste per l’Ave Maria all’Università. Il vescovo: “grazie a chi ci ha ricordato che la preghiera è una forza”

Una casa sulla roccia

Docente interrompe lezione per pregare per la pace nel centenario dell’apparizione di Fatima. Scoppia la polemica. Interviene mons. Marconi: grazie perché ci avete ricordato la forza della preghiera

Il 13 ottobre la professoressa Clara Ferranti, ricercatrice di Glottologia e Linguistica al Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Macerata, fa lezione a un centinaio di studenti di Lingue e Lettere: alle 17:30 in punto si interrompe e li invita a recitare l’Ave Maria, una «preghiera per la pace» che quel giorno a quell’ora, nel centenario dell’apparizione della Madonna di Fatima, si tiene in varie parti d’Italia. Alcuni studenti pregano, altri rimangono in silenzio: di lì a poco l’episodio finisce sui social. E un comunicato di fuoco dell’Officina universitaria, un’associazione studentesca, denuncia «la limitazione della libertà personale» subita dai ragazzi.

La docente si difende, sostiene di non aver coartato la libertà di nessuno e di aver interrotto la lezione solo per pochi…

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Quella carezza della sera.

Raramente ascolto con attenzione le parole di una canzone. Per me sono tutt’uno con la musica. Per farlo dovrei, come mi è capitato oggi, incontrare qualcuno che mi inviti a meditarle. Ecco una recensione di ANDREA PEDRINELLI, oggi su Avvenire. Avevamo già sperimentato l'”Operazione nostalgia“? La riproponiamo:

Che anni, gli anni dell’adolescenza. Tempo di slanci e insicurezze, di voglia di vivere e paura di iniziare a farlo. Col papà sullo sfondo, e noi sospesi fra desiderio di conoscerlo e timore di scoprirne le fragilità. Però che sere quelle sere d’estate, quando in noi ancora bambini già si intravedeva un uomo nuovo… «Quando tornava mio padre sentivo le voci, dimenticavo i miei giochi e correvo lì… Mi nascondevo nell’ombra del grande giardino, e lo sfidavo a cercarmi: io sono qui!».

Poi la paura di averlo perso, papà, forse di non riuscire mai davvero a incontrarlo: «Quelle giornate d’autunno sembravano eterne, quando chiedevo a mia madre dov’eri tu… Che cos’era quell’ombra negli occhi suoi? Io non capivo cos’era, e cominciavo a pensare …mi manchi tu». Fino ad oggi. Già: e oggi, cosa ci manca di più di allora? Quella tenerezza di cui avevamo disperato bisogno o la nostra voglia acerba di quei giorni, la voglia noi da soli di sfidare il mondo? Se lo chiedevano pure i New Trolls, in una canzone bella quanto celebre. «Non so più se mi manca di più quella carezza della sera o quella voglia di avventura, voglia di andare via di là»: ma la risposta, in fondo, era già nel titolo. Quella carezza della sera, sì: è la carezza di papà, che fino all’ultimo giorno cercheremo di ritrovare.

“Siamo un Popolo e abbiamo un programma”.

La stima tra i cattolici non è un optional.

Osiamo oggi parlare di politica. A dire il vero ci siamo azzardati in argomenti ben più compromettenti, ma il “rischio”, come ci ricorda la nostra Silvia, è una possibilità.
Anzi: lasciamo interloquire due personaggi, in qualche modo, ingombranti. Si tratta di Mario Adinolfi, direttore de La Croce e di Marco Tarquinio per Avvenire“. La fonte è Avvenire del 5 agosto 2017.

Caro direttore,

sono stato amico di Giovanni Bianchi (ex presidente Acli e Ppi scomparso il 24/7 scorso. n.d.B’sB) con cui ho condiviso i pochi anni di vita del Partito popolare italiano dalla rifondazione nel 1993 fino al Consiglio nazionale che ne determinò lo scioglimento dieci anni dopo (e fui l’unico consigliere nazionale Ppi a votare contro la proposta di confluire nella Margherita). Ricordo di Giovanni, insieme, fermezza e candore: due qualità che non sempre marciano insieme in una persona. Per conoscerlo bene andavano letti i suoi libri di poesie, davvero stupefacenti. Colgo l’occasione fornita da Franco Monaco per accennare a qualche considerazione sul futuro dei cattolici in politica, Continua a leggere

Ne possiamo parlare?

“A me, triplegico, l’eutanasia fa paura”. Ascoltiamo anche lui, la politica ascolti


Marco Tarquinio venerdì 3 marzo 2017

Caro direttore,
le invio questa missiva, indirizzata ai capigruppo di Camera e Senato, con la speranza che mi aiuti a far sentire la mia voce.
«Agli illustrissimi signori capigruppo della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Sono uno studente universitario di 23 anni affetto dalla nascita da una triplegia spastica a causa della quale sono disabile al 100%, costretto su di una sedia a rotelle. Mi rivolgo a voi attraverso questa lettera, poiché ho appreso che in questo periodo inizia un dibattito in sede parlamentare sul tema dell’eutanasia, e questa notizia ha destato in me un sincero timore. La World Medical Association nel 1987 definì l’eutanasia come segue: “Atto volontario con cui si pone deliberatamente fine alla vita di un paziente, anche nel caso di richiesta del paziente stesso o di un suo parente stretto”: dunque anche nel caso di richiesta, da parte del paziente, di realizzare nei suoi riguardi un abbandono terapeutico, la cessazione di terapie adeguate.
Il primo motivo per cui dichiaro la mia più ferma contrarietà al fatto che lo Stato si esprima e legiferi su questo tema è che intravedo il pericolo che, mediante una legge, si giustifichi e si consenta la soppressione di un malato per alleviarlo da una sofferenza terribile, mentre è ormai dimostrato da numerosi studi a riguardo che, laddove vi fosse un dolore lancinante, il ricorso alle cosiddette cure palliative consente di lenire il dolore in maniera estremamente efficace. Piuttosto, il problema nel nostro Paese è l’inaccettabile mancanza della disponibilità a intraprendere siffatto cammino terapeutico in molti luoghi di cura. Non sarebbe meglio contrastare la sofferenza dei malati piuttosto che ucciderli in nome di una pietà falsa che cela ragioni sanitarie o economiche?
In secondo luogo, nella mia esperienza ospedaliera, che si compone di ben sei interventi chirurgici subiti, ho sperimentato quanto sia indifeso, impotente e vulnerabile un malato in un letto d’ospedale. E non vedo per quale motivo i medici, viste le difficoltà economiche in cui versa il settore sanitario nel nostro Paese, la pressione sociale e quella che ricevono dalle strutture sanitarie stesse, debbano essere considerati esenti dalla tentazione di manipolare i pazienti, spingendoli a chiedere l’eutanasia. Anzi, sono convinto che quando un essere umano patisce un dolore fisico, oltre a soddisfare i propri bisogni primari abbia bisogno di percepire nei suoi confronti un affetto, che è l’ultima realtà a cui ognuno di noi, di qualsiasi ceto sociale, età o sesso, si può attaccare di fronte allo struggimento che l’esperienza della malattia genera nell’infermo. Di fatto non ho mai chiesto di essere ucciso, tuttalpiù di avere una persona cara al mio fianco. Ritengo doveroso ricordare alle vostre persone che alcune misure legislative, una volta adottate, hanno effetti a lungo termine spesso imprevedibili. In questo caso però, già in altri Stati è possibile osservare gli effetti dell’adozione di simili norme. Non è nuovo, tra gli altri, l’esempio dell’Olanda, nella quale l’eutanasia fu introdotta nel 2000 per gli infermi maggiorenni capaci di intendere, di volere, e di farne richiesta scritta. Approvata la legge, i promotori hanno subito fatto notare che anche i minorenni possono soffrire in modo atroce. Così, nel 2002 la possibilità di chiedere l’eutanasia è stata estesa agli adolescenti sopra i dodici anni, ritenuti abbastanza maturi per richiederla. Ormai, il Parlamento olandese e belga discutono l’estensione dell’eutanasia ai malati di mente, e a quelli in terapia intensiva riservando la decisione ai medici. Tant’è vero che la Società belga di terapia intensiva, in un documento dal titolo “Piece of mind: end of life in the intensive care unit statement” (febbraio 2014), propone l’eutanasia del paziente anche senza consenso di questi. In quanto cittadino confido nel vostro impegno per la ricerca di un autentico bene comune, e mi affido alla vostra disponibilità a considerare le mie istanze durante lo svolgimento dei vostri lavori. Distinti saluti». Grazie, direttore, e buon lavoro.

Lorenzo Moscon

 

Da cronista quale sono ho sempre pensato che se c’è un modo per vedere chiaro sui temi più difficili e controversi, attorno ai quali il cozzo delle opinioni contrapposte è clamoroso e spesso distorcente, questo è semplicemente il “farsi accanto”. Mettersi, cioè, a fianco delle persone che sono protagoniste delle storie che raccontiamo, che consideriamo esemplari e dalle quali, magari, qualcuno vorrebbe strumentalizzare, distillando “verità” in forma di legge. Assumere, per quanto possibile, lo sguardo di queste persone, ascoltare con le loro orecchie, comprenderne le attese, riconoscerne timori e speranze, rispettarne la certamente speciale intelligenza delle cose. Questo non significa rinunciare alla “mia” responsabilità, ma viverla in relazione con l’altro e non in sprezzante e sentenziosa autonomia. Ho ascoltato Dj Fabo, con rispetto. E tantissimi altri lo hanno fatto. E ho dissentito, con rispetto e fermezza, da quanti hanno deciso di “usare” per una campagna pro-eutanasia quella voce, quella vita e quella morte. Sulle pagine di “Avvenire” non abbiamo mai preteso di usare alcuna vita e alcuna morte. Non accadrà neanche oggi. Sempre abbiamo chiesto di “far parlare” non soltanto quelli che vogliono morire (o vogliono far morire i propri congiunti e amici), ma tutti coloro che vivono sulla loro pelle di malati o di disabili e di familiari di malati e di disabili, una condizione dura e umana e intendono continuare a vivere con dignità. Perciò la voce di Lorenzo Moscon risuona oggi dalle nostre colonne nella sua libertà e nella sua verità, ed è giusto che coloro che fanno le leggi (in un Paese dove, purtroppo, le leggi vengono ormai fatte anche in diverse corti, diventate sede di creativa interpretazione del diritto) la ascoltino, così com’è: appassionata e chiara. Perché le preoccupazioni a cui Lorenzo, da cittadino e da disabile, dà forza sono più grandi e più gravi di ciò che allo stato delle cose viene evocato dagli articoli del disegno di legge sul «fine vita» (ovvero sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento) all’esame della Camera, ma le cronache sconcertanti e tristi che si rincorrono e le forzature che anche nel nostro ordinamento avvengono, persino contra legem e sulla base di ciò che altri Paesi hanno stabilito, non lasciano tranquilli e segnalano le disumane derive in atto. Con rispetto e fiducia, il rispetto e la fiducia ancora possibili in un Paese civile come il nostro, mi metto semplicemente accanto a Lorenzo Moscon: che lo si ascolti, che lo si ascolti davvero.

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QUANTE GOLE HA TAGLIATO L’ISIS? SI’, QUANTE? QUANTE??

SANSIROAborti: se il sesso è “sbagliato” per il PM è ok.

SILVIA GUZZETTI

Gran Bretagna.

Costi legali per 47.000 sterline perché ha denunciato due dottori che abortivano feti perché non erano del sesso voluto dai genitori. Aisling Hubert, un’attivista dell’associazione per la vita “Abort 67”, si ritrova con questo conto salato perché ha denunciato privatamente due dottori, Prabha Sivaram e Palaniappam Rajmohan, che sono stati filmati mentre promettevano di selezionare il futuro nato sulla base del sesso. Molte coppie, in particolare asiatiche preferiscono avere figli maschi. Un triste fenomeno ben noto in India, ma non solo. Continua a leggere