Chiamiamola semplicemente vita.

Elliott Erwitt: “Cracked glass with Boy”

Rilanciamo qui un bell’articolo pubblicato sul numero di luglio di Cittànuova che ci parla con arguta semplicità dei nostri insuccessi e sul modo più umano di considerarli: “è la vita”. Grazie alla brava ELENA GRANATA.

La vita alle volte ci mette al tappeto. Sferra un tale colpo che siamo tentati di non rialzarci più. Alziamo il braccio in segno di resa. Cos’altro ci può ancora capitare?

Può essere la perdita improvvisa del proprio lavoro, un amore finito troppo presto, un insuccesso scolastico, la vana ricerca di un lavoro, trovarsi a ricominciare tutto da capo.

Allora l’impotenza ci prende alla gola e ci paralizza. Il mondo intorno a noi non ci aiuta: che penseranno gli altri di noi? Il giudizio ci pesa come un macigno.

Ci affrettiamo a nascondere ogni debolezza. Un figlio che va male a scuola diventa un problema familiare intorno a cui fare calare il silenzio. Una disoccupazione improvvisa diventa una questione privata. La separazione di un figlio o di un nipote una sofferenza di cui evitare di parlare con gli amici. La depressione del marito o della moglie un terribile segreto.

Eppure, se nessuna caduta è di per sé auspicabile né salutare, Continua a leggere

Mai soli!

Leonardo: “Testa della Vergine” 1510 ca. Metropolitan Museum of Art

Ci scrive la nostra Antonietta. Un’apertura straordinaria del Suo Scrigno della Memoria. Ci piace perché da fatti semplici, umani, quotidiani, lieti o dolorosi trae, attraverso un lessico… famigliare, autentiche, inaspettate lezioni di Vita.

E GRAZIE!

27 giugno 2017
Oggi saranno celebrati i funerali di Paola, moglie, mamma, nonna, suocera, amica. Non ho conosciuto personalmente Paola, ma conosco S., sua figlia, M., suo genero, e alcuni dei loro figlioli. Con loro ho condiviso spiritualmente il percorso di accompagnamento a Paola verso il suo Destino, imparando attraverso i loro racconti (e rievocando la medesima esperienza accadutami tempo fa) cosa significhi accompagnare una persona cara verso l’esito che umanamente appare come il meno desiderabile. E certamente lo è, perché noi non siamo fatti per un destino con la d minuscola: il dolore per il distacco fisico, l’invitabile vuoto della separazione, il rifiuto che istintivamente proviamo nei confronti della morte intesa come una fine ci fanno capire che non è per quello che siamo stati fatti. Non può finire così, non è umano.
Paola e la sua famiglia hanno vissuto queste settimane, questi mesi, nella consapevolezza che l’esito inevitabile non rappresenta la fine. Ci hanno indicato come si muore e come si accompagna alla morte.
Ma c’è di più. In queste settimane ho ascoltato racconti pieni della sollecitudine premurosa di una famiglia, di apprensione, anche, ma soprattutto di serenità. Ho sentito di giovani nipoti che passavano il loro tempo a fare compagnia alla nonna. Ho sentito della gratitudine lieta di Paola per un sughetto col tonno preparato dalla figlia, per la sua macchina per cucire messa a nuovo (pur nella consapevolezza che non sarebbe mai stata usata). Ho sentito del suo grazie di fronte al sorriso dei suoi visitatori e dei suoi cari. Ho imparato che la vita è fatta di un numero infinito di piccoli grandi regali, nessuno dei quali ci è dovuto, ma di fronte ai quali non possiamo che ringraziare, fino all’ultimo alito di vita. Ho imparato che vivere è ringraziare, per il sole, per la luna, per le stelle, e anche per sorella morte. Grazie dunque, a Paola e alla sua famiglia, perché non ci hanno indicato solo come si muore, ma anche e soprattutto come si vive.