Chiara Corbella. Aperto il processo di beatificazione.

Poche storie!

Chi vive come Chiara Corbella va in Paradiso e diventa Santo.

Annunciata il 13 giugno, nel quinto anniversario dalla nascita al Cielo, l’apertura del processo di beatificazione.

  “Non dobbiamo possedere nulla come se ci fosse dovuto, ma ricevere tutto come un dono… sapeva riconoscere il Donatore. Ha attraversato situazioni oggettivamente molto difficili: ne usciva sempre grazie a questo gesto d’abbandono, con il quale riconosceva che c’è Qualcuno che vegliava su di lei e che ha un disegno d’amore sulla sua vita. O vivi la tua esistenza come un dono e la doni, o vivi in una ricerca di possesso sempre più grande e quindi nella paura di perdere”.

Fra Vito, frate francescano e guida spirituale di Chiara ed Enrico Petrillo

Cose dell’altro mondo, in questo mondo.

Ce ne ha parlato esattamente dieci giorni fa Fabrice Hadjadj: “…Perché so che questa vita non serve per avere un futuro ma perché ciascuno abbia la vita eterna”. 

E Paola, la mamma di Pietro Maria Adeodato, ce ne testimonia. E nella Famiglia di lei è successo che anche la sorella avesse testimoniato, nella medesima circostanza, la stessa verginità, come l’hanno chiamata i genitori di Pietro. La stessa Povertà, come la definisce il nostro don Fabio. Verginità è rendere Sacra la realtà della nostra vita. Povertà è avere come scopo la vita eterna. Preghiamo e ricordiamo Chiara Corbella.

Addio al figlio non nato eppure avuto in dono.

GIORGIO PAOLUCCI

La piccola bara bianca è davanti all’altare. La chiesa gremita di gente, in un silenzio attonito e commosso. Uno stuolo di amici si stringe attorno ai genitori di Pietro Maria Adeodato, morto nella pancia della mamma poche settimane prima che terminasse la gravidanza. L’hanno chiamato così, mettendogli il nome del grande amico di Gesù, quello della Madonna e un terzo nome che significa ‘donato da Dio’. Un dono a cui i genitori non hanno voluto rinunciare anche dopo che i medici avevano diagnosticato una grave malformazione incompatibile con la vita. E così hanno vissuto sette mesi pregando e sperando, chiedendo il miracolo della guarigione insieme a quello della conversione del cuore. Perché è potuto accadere? Che senso ha una morte così atroce? Verrebbe da dire che non ci sono parole per rispondere.
E invece ci sono. Sono le parole che la grazia di Dio ha messo in bocca ai genitori, e che si depositano in maniera indelebile nel cuore di chi ha partecipato a un funerale difficile da dimenticare. Quando hanno saputo della diagnosi infausta, papà e mamma hanno scritto agli amici una lettera in cui è racchiuso il senso di quello che stava accadendo, e che ha permesso loro di vivere il tempo dell’attesa con la consapevolezza che siamo fatti – tutti – per un destino buono, una consapevolezza che forse loro stessi non immaginavano di poter avere. «Ci è chiesto un sacrificio. Cioè di rendere sacro il nostro rapporto con Pietro, che vuol dire guardarlo come lo guarda Dio: con verginità. Questo sacrificio è una responsabilità enorme nei confronti della nostra fede e della nostra vita. Essere toccati dalla grazia è questo: guardare le cose come Cristo. 

A volte il Mistero ti tocca con una carezza (come quando noi due ci siamo conosciuti), a volte in un modo più deciso e a tratti violento. Guardare una cosa con verginità ti chiede anzitutto di domandarti e di verificare dov’è il tuo cuore, il tuo centro affettivo: dov’è la tua felicità. Sembra scontato a volte dire che la propria felicità è in Cristo. Nel nostro caso non lo è per niente: a noi è chiesto di riconoscere che la nostra felicità non è in Pietro, ma in Gesù. Non è in ballo solo il nostro bambino, ma il rapporto con Lui. Un’amicizia che ci chiede tutto». A loro davvero è stato chiesto tutto, un ‘sì’ totale e incondizionato. Per questo hanno deciso di celebrare il funerale nella stessa chiesa dove alcuni anni prima si erano uniti in matrimonio, pronunciando un ‘sì’ che li legava per tutta la vita. E quella chiesa – per una coincidenza che la dice lunga sulle dinamiche misteriose che muovono l’esistenza – è intitolata a San Pietro, lo stesso nome del bambino che hanno accompagnato in un percorso misterioso, affidandosi a un Altro. Riconoscere che la vita è un mistero nelle mani di un Altro è l’unico modo per darsi ragione di quanto è accaduto.

La fede ce lo fa intuire anche dentro un dolore inenarrabile, che arriva fino a sperimentare le ruvidità della morte. «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore»: il brano di San Paolo che viene letto dal pulpito descrive la posizione vertiginosa che i genitori del piccolo Pietro hanno potuto tenere in questi mesi di trepidante attesa, per grazia di Dio più che per un eroismo impossibile. Quando il funerale finisce e si aprono le porte della chiesa, un raggio di sole si posa lieve sui presenti.

È un segno, inatteso, che sembra evocare le parole di un canto risuonato poco prima: «Non arrenderti al buio che le cose divora, ora è notte ma il giorno verrà, ancora». In un mondo che vive nello scetticismo e che non sa più darsi le ragioni per vivere, può accadere di scoprire queste ragioni quando si sta davanti alla morte. Possono accadere cose come queste, a un funerale. Cose dell’altro mondo. In questo mondo.

fonte: Avvenire 29/3/2017

Una sorgente intera in cambio di un sorso d’acqua.

Arcabas, La Samaritana

Grazie alla recensione proposta dal nostro Giordano torniamo oggi dalla Samaritana. Il nostro don Fabio, qualche giorno fa, ha condiviso con alcuni di noi il suo stupore per l’abbozzo dell’affermazione della Samaritana una volta corsa in città: “C’è uno che mi ha detto tutto di me”. Ma soprattutto, ci ha detto, è rimasto affascinato da ciò che la donna può aver sottinteso: “C’è uno che mi ha detto tutto di me… e non gli ho fatto schifo”. Gesù, per di più, fa di quella donna un tempio: questo ci spiega, invece, qui sotto PADRE ERMES RONCHI:

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». (…)

Vuoi riannodare i fili di un amore? Gesù, maestro del cuore, ci mostra il metodo di Dio, in uno dei racconti più ricchi e generativi del Vangelo.
Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. È l’umanità, la sposa che se n’è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto Continua a leggere

Te Deum laudo …

per il dono della famiglia: è il luogo privilegiato dove quotidianamente re-imparo il significato di dono e di perdono, di dialogo e di comprensione;

per il dono della fatica: è il luogo dove mi fai comprendere quanto sia inutile confidare solo sulle mie forze e quanto il cammino diventi un po’ più facile se invece mi appoggio a Te;

per il dono delle cadute: sono il luogo dove incontro sempre il Tuo sguardo pieno di misericordia e amore;

per il dono dei piccoli grandi tesori che mi fai trovare negli angoli più impensati e nelle svolte della vita: sono segni tangibili della Tua benedizione.