Ognuno come lui.

Avvenire di oggi. E Marina Corradi ancora in gran forma. Da che so che scrive le sue “pillole” (di più: uno sciroppo) quotidiane, non me ne perdo una dose. Non commento: trascrivo solo le ultime parole. Un catechismo. Misericordia significa “con viscere materne”. Guardare con viscere materne. Scorgendo ancora, dietro alla durezza degli uomini, il figlio inerme che un giorno sono stati.

In una mattina del puerperio, quelle prime mattine sospese in un limbo di ninne nanna dal carillon e profumo di borotalco, me ne stavo alla finestra con lui in braccio. Si era infine addormentato. Com’era inerme, com’era ignaro del mondo in cui era arrivato. Ma d’improvviso mi attraversò un pensiero: tutti gli uomini venuti al mondo nei millenni erano un giorno stati come quel mio figlio, bambini avvinti alle braccia materne. Tutti: dittatori, strozzini, assassini erano stati un giorno così. Mi sbalordì la distanza fra quell’innocenza e il male. Sapevo che in ogni uomo che nasce c’è un’ombra, un antico marchio. Ma era così abbandonato il sonno di Pietro, così innocente, che un moto di tenerezza mi si allargò nel cuore non solo per lui, ma per tutti: per tutti gli uomini a me sconosciuti, per tutti i soldati caduti al fronte, e anche per i vagabondi, i miserabili, gli omicidi, i ladri. Perché avevo capito che tutti erano stati un giorno come mio figlio. Mi sbalordì questa nuova, strana pietà, che non avevo mai provato prima. Come se attraverso mio figlio avessi d’improvviso intuito che cos’è la misericordia. Misericordia significa “con viscere materne”. Guardare con viscere materne. Scorgendo ancora, dietro alla durezza degli uomini, il figlio inerme che un giorno sono stati.

Quella carezza della sera.

Raramente ascolto con attenzione le parole di una canzone. Per me sono tutt’uno con la musica. Per farlo dovrei, come mi è capitato oggi, incontrare qualcuno che mi inviti a meditarle. Ecco una recensione di ANDREA PEDRINELLI, oggi su Avvenire. Avevamo già sperimentato l'”Operazione nostalgia“? La riproponiamo:

Che anni, gli anni dell’adolescenza. Tempo di slanci e insicurezze, di voglia di vivere e paura di iniziare a farlo. Col papà sullo sfondo, e noi sospesi fra desiderio di conoscerlo e timore di scoprirne le fragilità. Però che sere quelle sere d’estate, quando in noi ancora bambini già si intravedeva un uomo nuovo… «Quando tornava mio padre sentivo le voci, dimenticavo i miei giochi e correvo lì… Mi nascondevo nell’ombra del grande giardino, e lo sfidavo a cercarmi: io sono qui!».

Poi la paura di averlo perso, papà, forse di non riuscire mai davvero a incontrarlo: «Quelle giornate d’autunno sembravano eterne, quando chiedevo a mia madre dov’eri tu… Che cos’era quell’ombra negli occhi suoi? Io non capivo cos’era, e cominciavo a pensare …mi manchi tu». Fino ad oggi. Già: e oggi, cosa ci manca di più di allora? Quella tenerezza di cui avevamo disperato bisogno o la nostra voglia acerba di quei giorni, la voglia noi da soli di sfidare il mondo? Se lo chiedevano pure i New Trolls, in una canzone bella quanto celebre. «Non so più se mi manca di più quella carezza della sera o quella voglia di avventura, voglia di andare via di là»: ma la risposta, in fondo, era già nel titolo. Quella carezza della sera, sì: è la carezza di papà, che fino all’ultimo giorno cercheremo di ritrovare.

Misericordia.

Dori: la smemorata disarmante della Pixar

 

Ancora “nei dintorni” della Festa dell’Assunta, ancora con don Marco Pozza parliamo di mamme, di Madre, e della Misericordia che ci usano, della pazienza che portano e della memoria che perdono.

Un po’ come la mia mamma. E allora… è bene che anch’io ricambi quella santa pazienza.

Che la mia mamma non stesse bene, me n’ero accorto tantissimo tempo fa. In tutti questi anni, però, non ne ho mai parlato con nessuno: per un senso di pudore, per una questione di delicatezza, per il fatto che non volevo assolutamente che si sentisse diversa dalle altre donne. Dentro di me, tuttavia, andavo dicendo: “Possibile che mio fratello non se ne accorga?” Me ne avesse anche solo accennato di sfuggita, avrei colto l’occasione per confidarmi con lui: per studiare assieme un modo per aiutarla. Invece nulla: per un sacco di mesi, per intere stagioni, per anni conteggiati in lustri. Poi, un giorno, Continua a leggere

Antonietta Porro cittadina benemerita.

Cari amici del Bar, qualche giorno fa la nostra Antonietta Porro è stata fregiata della cittadinanza benemerita di Barlassina. Ho partecipato volentieri a quel momento che l’ha riguardata e ho raccolto il messaggio che vorrei mettere in comune con chi ci fa visita e apprezza Antonietta attraverso le sue riflessioni. E’ professore ordinario di Lingua e letteratura greca, insegna Grammatica greca e Filologia classica presso l’Università Cattolica di Milano. Ed è esperta in decine di altre cose che il rispetto per la sua riservatezza mi sconsiglia di rivelare. Ecco il ringraziamento letto dopo il conferimento della onorificenza. Ritengo sia utile per il suo contenuto in riferimento alla passione per il lavoro e l’educazione, la famiglia, il Signore e la Città. Davvero per tutto questo!

L’emozione mi impedisce di parlare a braccio. Vorrei tuttavia dire, insieme alla mia gratitudine, la mia sorpresa, quando mi è stato detto dell’intenzione dell’Amministrazione comunale di conferirmi questa importante onorificenza. La cittadinanza benemerita – lo dice la parola – va a chi abbia ben meritato nei confronti della comunità, e obiettivamente non vedo quali meriti io abbia nei confronti di questo mio paese.
Tra le parole, tanto semplici quanto belle (le cose più belle sono quelle più semplici, di solito), della motivazione leggo un riferimento alla mia professione. Ho la fortuna di fare un mestiere che mi piace e che mi gratifica, certo, e cerco di farlo per il meglio. Ma non credo di avere molti meriti in questo. Continua a leggere

Sacro stupore.

Sergio Alvarez – visto su Enpermanence blog

I regali con cui ricopriamo i figli e quello che spetta loro davvero

Caro Avvenire,

la bicicletta azzurra che negli anni Sessanta i miei genitori mi regalarono per il mio decimo compleanno, mi rese un bimbo felice. Negli anni successivi anche l’Elvis Presley di latta che suonava e cantava, il disco volante che s’illuminava sibilando e il proiettore con le diapositive di Braccobaldo, mi fecero toccare il cielo con un dito. Ma bastava anche un semplice pallone, dei soldatini o delle biglie di vetro colorato per darmi molta gioia.

Ancora oggi ricordo i giocattoli della mia infanzia, e soprattutto l’indescrivibile emozione che provavo nel riceverli. Ringraziavo coprendo di baci i miei genitori, aprivo l’incarto col cuore a mille e chissà quanto stupore si leggeva nei miei occhi. In quegli anni i regali erano piuttosto rari, avevano il significato del premio e anche per questo ogni dono era un evento da ricordare. Momenti magici che i bambini di oggi ricevendo continuamente tutto, non possono gustare: nulla li emoziona più, se non per qualche attimo. Purtroppo i frenetici ritmi dei nostri giorni, talvolta sono causa di una minore attenzione nei loro confronti, e il regalo diventa una sorta di compensazione.

Di cosa hanno davvero bisogno i nostri bambini? Probabilmente di essere guardati di più negli occhi e di essere ascoltati, magari qualche volta con tv e cellulare spenti. E qualche sera di addormentarsi semplicemente ascoltando una fiaba.

Michele Massa, Bologna

MARINA CORRADI

Questa lettera mi ha fatto venire in mente i miei primi Natali, quando ogni pacco lucente conteneva una meraviglia lungamente attesa e sognata. Eppure c’era sempre un istante, una volta aperti tutti i regali, in cui li guardavo, uno accanto all’altro, nuovi, bellissimi, e tuttavia mi pareva che qualcosa mancasse. Che tutti quegli oggetti ancora non fossero sufficienti a corrispondere al desiderio con cui avevo aspettato quel giorno. Continua a leggere

Il tema di sera con mia madre.

compiti-tema-madre-figlia-shutterstock_218841271Anche la mamma di Marina ha contribuito a farne un’amata scrittrice. (Lidia)

Marina Corradi

Succedeva sempre alle nove di sera, quando si era già cenato, ed era ora che io andassi a dormire. Ma il tema, il tema per il giorno dopo era ancora lì da fare, come una spada di Damocle, angoscioso. Con il suo titolo su un quaderno a righe, e, sotto, la pagina completamente bianca. Andava sempre così: avevo otto anni, mi piaceva andare a scuola e, molto, leggere; ma quel titolo appeso nel nulla mi opprimeva, e per tutto il pomeriggio avevo lasciato il quaderno chiuso.

«E il tema?», chiedeva infine mia madre. Io, occhi bassi, ancora seduta a tavola: «Non so cosa scrivere». Com’è il titolo? chiedeva allora lei. E io, con una smorfia: Continua a leggere