Fiori per il giudice Livatino, mite guerriero che combatteva la mafia.

Facce da Italiani è una delle nostre rubriche. Oggi ci fregiamo di ospitare al Bar il giudice Bambino. Parliamo di Rosario Livatino. Un credente credibile. E Servo di Dio.

Grazie a MARINA CORRADI che lo ha commemorato il 21 scorso  dalle colonne di Avvenire.

Caro Avvenire,
due giovani sposi agrigentini, Angela Guarraggi e Gianluca Volpe, al termine del loro matrimonio, celebrato nella chiesa Sant’Alfonso di Agrigento il 13 ottobre, hanno voluto affidare il loro bouquet di fiori, che generalmente gli sposi conservano gelosamente tra i ricordi, a un amico con una preghiera: «Deporli per loro sulla stele del Giudice Rosario Livatino». Alberto, questo il nome dell’amico, ha esaudito il desiderio di Angela e Gianluca e commentando il gesto mi ha detto che «appena mi hanno chiesto di deporre il loro bouquet sulla stele del giudice, a stento ho trattenuto la commozione: è stato un gesto di speranza bellissimo».  A me, caro direttore, piace leggerlo come un gesto di riconoscimento e gratitudine verso un giudice e testimone credibile che ha lasciato certamente un vuoto nella magistratura, ma continua ad essere luce per tanti. Questo gesto mi ha fatto ritornare alla memoria quanto a tre anni dall’omicidio, monsignor Carmelo Ferraro, vescovo di Agrigento, si chiedeva: «Come mai la figura di Livatino esercita un così irresistibile fascino nelle giovani generazioni e non solo?». «Gli assassini, senza saperlo – concludeva –, anziché spegnere quella luce, hanno acceso un’enorme fiaccola», alla cui luce anche Gianluca e Angela camminano. Mi sento di dire, attraverso le colonne di Avvenire, un grande grazie ad Angela e Gianluca.

Don Carmelo Petrone direttore di “L’Amico del Popolo” Agrigento

Il 21 settembre 1990 alle 8 e 30 il giudice Rosario Livatino come ogni giorno sta recandosi da Canicattì, dove vive, al Tribunale di Agrigento. Sulla Statale 640 viene inseguito e raggiunto da un commando di sicari che lo incalzano per i campi. L’ultimo colpo è di lupara, a sigillare l’esecuzione. Rosario Livatino non aveva ancora compiuto 39 anni. Fin da ragazzo molto studioso, fervente cristiano, impegnato nell’Azione Cattolica, era entrato giovanissimo in Magistratura. I suoi colleghi si erano abituati a vedere sulla sua scrivania un Continua a leggere

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona”. L’inganno dell’amore omosessuale spiegato da Dante

Accompagnàti (almeno) da un libro.  

(dipinto di Ary Scheffer – 1835) 

 

il blog di Costanza Miriano

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di Benedetta Frigerio   Intervista per TEMPI a Anthony Esolen, fra i maggiori traduttori inglesi della Divina Commedia. «Si ama davvero una cosa quando si riconosce la sua natura e il suo fine ultimo»

«“Amor, ch’a nullo amato amar perdona”. È questa la menzogna su cui si fonda la recente sentenza della Corte Suprema americana». Spiegando il verdetto federale che ha fatto dei rapporti omosessuali un diritto costituzionale pari al matrimonio, Anthony Esolen, fra i traduttori inglesi più noti della Divina Commedia di Dante Alighieri e professore di letteratura inglese al Providence College di Rhode Island, non può che tornare «all’inganno antico di cui parla Francesca nel canto V dell’Inferno».

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