Funziono solo cinquanta minuti alla settimana.

E’ da troppo che non ci occupiamo di don Marco Pozza. A dire il vero è da troppo tempo che non gli permettiamo di occuparci di noi. Io lo definisco grande! Un po’ come don Mario Delpini, amico del Bar da “tempi non sospetti” e nuovo arcivescovo di Milano: l’umiltà è segno della sua statura. 🙂 Propongo agli amici di leggere la riflessione, e fino in fondo, per almeno due motivi: è Dio che ci fa. E anche perché il nostro desiderio vuole sacerdoti onnipotenti 24 ore su 24. Purtroppo, anzi per fortuna sono grandi, appunto e grazie a Dio, cinquanta, QUEI CINQUANTA MINUTI alla settimana. Ci pare poco? E noi, poveri, quanto tempo possiamo dire di funzionare?

 

Ammetto, senza vergogna, che il Demonio da qualche settimana mi sta tentando seriamente. Sia ben chiaro questo: tra noi due sono anni che la sfida è aperta, da lavori-in-corso. A volte è lui a vincere una battaglia, altre volte sono io a scansare le sue mostruose seduzioni: non è vittoria la mia, semplicemente gli impedisco di vincere facilmente. Comunque mica poco come risultato. Il fatto è che, togliete per un attimo (solamente per un attimo, però!) Cristo, ciò che rimane è un dato di fatto: Lucifero è rimasto il solo compagno di viaggio che Continua a leggere

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Il male.

La reliquia della "sacra Culla", che rimanda alla mangiatoia in cuui nacque Gesù, è conservata nella Basilica di Santa Maria Maggiore.
La reliquia della “sacra Culla”, che rimanda alla mangiatoia in cui nacque Gesù, è conservata nella Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma.

Il lento omicidio dell’anziano di Siracusa e il Natale. Per nulla sentimentale.

MARINA CORRADI

Si chiamava Giuseppe Scarso, ma lo chiamavano tutti “don Pippo”. Aveva 80 anni ed è morto pochi giorni fa, dopo due mesi e mezzo di agonia. La notte del 1 ottobre, a Siracusa, era stato dato alle fiamme da una banda di tre ragazzi appena maggiorenni. Per gioco.

Il signor Giuseppe non dava fastidio a nessuno: viveva solo, girava per il quartiere appoggiandosi al suo bastone, era un po’ sordo, ma sempre gentile, con il sorriso fragile e benigno che gli davano i suoi anni. I tre ragazzi, invece, avevano un problema: si annoiavano Continua a leggere

Anche io Le chiedo perdono, professor Veronesi.

Cristo muore, Cristo risorge "Pietà" - W. A. Bouguereau
Cristo muore, Cristo risorge “Pietà” – W. A. Bouguereau

Sì, anche io, nel mio piccolo, gli chiedo scusa. E ringrazio il Signore finché ci saranno uomini di Chiesa come don Federico Pichetto che sono all’altezza, e che altezza!, dell’esempio di Gesù Cristo nel proporci di giudicare la realtà, tutta la realtà, come buona e opportuna per rendere gloria e grazie al Signore della Misericordia.

Io, prete, gli chiedo scusa per non avergli dimostrato la testimonianza della Grazia che salva.

FEDERICO PICHETTO

UMBERTO VERONESI (1925 – 2016). Non so descrivere la tenerezza che ha sempre suscitato in me la figura di Umberto Veronesi. Il suo dichiarato pregiudizio anti-cattolico, la sua “guerra” alla Chiesa, il suo scandalizzarsi della presenza del male nel mondo come segno tangibile dell’assenza di Dio mi hanno, letteralmente, commosso. In nome di tutte queste cose Veronesi ha espresso idee, diffuso mentalità, intrapreso azioni. Ai miei occhi ha fatto anche del male, molto male. Eppure adesso, nell’ora della sua morte, non riesco che a paragonarlo — per grandezza umana — al Capaneo dantesco che, non riuscendo ad amare Dio, non poteva fare altro che odiarlo, maledirlo. La vita di Veronesi è stata un grido verso il Cielo, una disperata affermazione di chi ha provato a fermare il male e ha combattuto nella certezza di poterlo sconfiggere.

Come gli antichi pagani all’epoca di Augusto, Umberto Veronesi attendeva qualcosa che potesse salvare e guarire l’uomo. Lo attendeva dalla scienza, lo attendeva dalla medicina, lo attendeva — in fondo — dalla conoscenza. Veronesi aveva capito che la salvezza dell’umano sarebbe avvenuta solo attraverso l’umano, ma non riusciva ad arrendersi che solo un umano risanato — toccato dal Divino — sarebbe stato in grado di introdurre nel mondo un’intelligenza delle cose capace di affrontare e di perdonare il male stesso. Perché il male, ciascuno lo sa, non si vince eliminandolo, ma “assumendolo”, accogliendolo, abbracciandolo.

Per cui oggi, in un giorno in cui molti si ergeranno a impietosi giudici della vita di quest’uomo tormentato dal dolore dei suoi simili — e per questo furioso verso risposte facili e a buon mercato — io vorrei dire ad Umberto di perdonarci se le nostre parole, la nostra testimonianza, le nostre azioni non hanno reso trasparente nella sua vita il fatto che l’Onnipotenza di Dio non sta nella capacità dell’Altissimo di risolvere i problemi umani, ma nella determinazione, cocciuta e testarda, a non voler mai abbandonare l’umano, qualunque esso sia, comunque esso sia.

Dio si prende cura della libertà dell’uomo e non permette che il male fermi il Suo amore. Egli è l’Onnipotente nell’Amore. Poveri come siamo, derelitti come siamo, malati come siamo, noi alziamo gli occhi al Cielo per non rimanere soli dentro il Buio e vivere sempre la forza di una Presenza che è più grande di ogni oscurità.

Questa moda di inchiodare alle proprie responsabilità, con giudizi taglienti, uomini ormai morti, eppure controversi ma geniali — come Veronesi o Fo — è uno sport facile, estremamente elementare da praticare e infiamma gli animi di chi “vuole fare giustizia”. Eppure, al contrario, chiedere loro scusa per non essere stati “quello che noi cristiani dovevamo essere”, muovendo il loro cuore non verso parole vuote, ma verso il fascino di una vita toccata dalla Grazia, credo che invece sia il più grande atto di umiltà che un cristiano possa fare, l’unico capace di essere all’altezza di Cristo.

Il quale, come ognuno di noi sa dall’esperienza della propria esistenza, morì per noi quando noi stessi eravamo ancora peccatori. Ossia senza chiederci nulla. Gratis. Semplicemente stando dentro al Getsemani del nostro peccato, senza fuggire dal nostro male, ma affermando sulla Croce un Bene più imponente di ogni morte.

La libertà di Umberto, così ribelle e così anarchica, si trova adesso davanti alla forza della Misericordia di Dio. E c’è da scommetterci che, in questo anno Santo, essa rivivrà il miracolo di essere amata. Fino a far piangere anche lui, il grande oncologo rimasto orfano da piccolo che, nella sua rabbia e nel suo livore verso la Chiesa, cercava in fondo solo di ritrovare Suo Padre.

fonte: Il Sussidiario 9/11/2016

15 marzo 2016. Sono stanco Capo.

"Sono stanco, capo. 
Stanco di andare sempre in giro come un passero nella pioggia. 
Stanco di non poter avere mai un amico con me che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. 
Sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno a tutti gli altri uomini. 
Stanco di tutto il dolore che io sento, ascolto nel mondo ogni giorno, ce n'è troppo per me. 
E' come avere pezzi di vetro conficcati in testa sempre, continuamente. 
Lo capisci questo?"

John Coffey – Il miglio verde

 

Il signore ha dato, il Signore ha tolto… Benedetto il Nome Del Signore

Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo?…

Piovono miracoli

di Mario Barbieri
Il tema del “dolore”, della prova, della croce o comunque si voglia chiamare ciò che identifichiamo con un “male”, una “sventura” o una cosiddetta “disgrazia” (termine che credo non dovrebbe esistere nel vocabolario di un Cristiano), suscita sempre domande nel nostro cuore, crea un combattimento, alle volte un dubbio, altre volte un vero e proprio “scandalo”.

Anche io come tanti, soprattutto quando dalla Prova e dalla Croce si è “visitati” con fatti seri e personali, ho “dovuto” affrontare queste domande che scuotono la propria fede, ho dovuto cercare le risposte che la propria fede rinsaldano, perché non si rimanga su un pericoloso crinale, in bilico, laddove il Maligno viene e trovandoti in equilibrio “precario”, soffia e spinge e percuote cercando di farti cadere in un ruzzolare che, se non si arresta aggrappandosi ad un sostegno sicuro, rischia di divenire valanga che tutto travolge.

Ma non vorrei affidare…

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Ancora Marina Corradi. Male, rimorso, peccato

marinaUna volta il male non voleva essere visto. […] Forse perché il male – che gli uomini hanno sempre fatto, nei secoli, in maniera efferata e sanguinosa – era chiamato con suo nome: male. E non veniva naturale vantarsene, se non a pochi perversi, o criminali incalliti. Anzi, il ricordo di ciò che si era compiuto poteva anche tormentare le coscienze di persecutori e assassini […]. Si chiamava “rimorso”, parola oggi desueta e impresentabile, al pari di quell’altra, “peccato”.

(Marina Corradi)