Nascere è una cosa buona: viviamola per restituire futuro al mondo .

l’Acquedotto di Segovia. Duemila anni, fieramente in piedi.

Noi del Bar celebriamo la prossima Festa della vita con MARINA CORRADI per Avvenire di oggi. Nel suo formidabile articolo ci fa visitare l’acquedotto romano di Segovia e volare fino in cima alle guglie del duomo di Milano. Per parlarci dei nostri Vecchi, “che vivevano in case povere, mangiavano pane e polenta, portavano lo stesso vestito per anni, rammendato. Ma quali meraviglie ci hanno lasciato!” Ci dice di quando eravamo povera gente ma vivevamo in prospettiva di una Eternità vista come certezza. In cui pensare di fare figli non faceva paura… E come non pensare all’ABBEVERATOIO che Cormack Mc Carthy ha “scolpito” nel suo Non è un paese per vecchi? Una promessa dentro il cuore!

Caro direttore,

siamo tutti rivolti a ottenere dei risultati – personali, sul lavoro, a breve termine… – e viviamo l’oggi pensando poco al domani. L’altro ieri ascoltavo un importante commentatore finanziario che alla domanda di come vedesse l’economia europea nel medio termine ha risposto: «L’unica certezza che abbiamo nel medio lungo termine è che saremo tutti morti». Continua a leggere

Ancora un “pizzino” buono…

da “Avvenire” 27/12/2018

“Santità non è farsi lapidare in terra di Paganìa o baciare un lebbroso sulla bocca ma fare la volontà di Dio con prontezza”

Pietro di Craon in “Annuncio a Maria – Paul Claudel (1931)

 

Allora che cos’è la vita, la mia, la tua, se non vivere un incontro con Cristo? “Incontro in cui sappiamo chi siamo, cosa crediamo e cosa dobbiamo fare: dare la vita.”

Alessandro d’Avenia

Appunto: per me è vivo o morto??

Crocifisso nella cappella rurale di Pian di Rocca nel territorio di Castiglione della Pescaia

Avvenire di oggi: la nostra MARINA CORRADI. La sua rubrica di questi tempi si intitola “Figli dei figli”. (Come la Madonna di san Bernardo in Dante: “Figlia del tuo Figlio”) Mi viene da ringraziare il Cielo per una giornalista come Lei. Penso a “quanto” abbia vissuto, patito e creduto per mantenersi la testimone che è. E,  per me, Cristo è VIVO O MORTO?

IL CROCIFISSO

Sulla costa toscana dove andavamo d’estate c’era un paesino arroccato su una collina. Mi piaceva andarci a contemplare il mare, dal belvedere dietro la chiesa. Quel giorno avevo con me solo uno dei figli, allora sui cinque o sei anni. Guidavo assorta, po’ stanca di spiaggia, di chiasso, di chiacchiere fra sdraio. Mi sembrava che mi mancasse qualcosa – il silenzio forse, oppure una parola vera. Eravamo arrivati intanto a un incrocio dove, raro in quella Toscana allora rossa, stava un grande crocifisso di legno scuro. C’era uno Continua a leggere

Ognuno come lui.

Avvenire di oggi. E Marina Corradi ancora in gran forma. Da che so che scrive le sue “pillole” (di più: uno sciroppo) quotidiane, non me ne perdo una dose. Non commento: trascrivo solo le ultime parole. Un catechismo. Misericordia significa “con viscere materne”. Guardare con viscere materne. Scorgendo ancora, dietro alla durezza degli uomini, il figlio inerme che un giorno sono stati.

In una mattina del puerperio, quelle prime mattine sospese in un limbo di ninne nanna dal carillon e profumo di borotalco, me ne stavo alla finestra con lui in braccio. Si era infine addormentato. Com’era inerme, com’era ignaro del mondo in cui era arrivato. Ma d’improvviso mi attraversò un pensiero: tutti gli uomini venuti al mondo nei millenni erano un giorno stati come quel mio figlio, bambini avvinti alle braccia materne. Tutti: dittatori, strozzini, assassini erano stati un giorno così. Mi sbalordì la distanza fra quell’innocenza e il male. Sapevo che in ogni uomo che nasce c’è un’ombra, un antico marchio. Ma era così abbandonato il sonno di Pietro, così innocente, che un moto di tenerezza mi si allargò nel cuore non solo per lui, ma per tutti: per tutti gli uomini a me sconosciuti, per tutti i soldati caduti al fronte, e anche per i vagabondi, i miserabili, gli omicidi, i ladri. Perché avevo capito che tutti erano stati un giorno come mio figlio. Mi sbalordì questa nuova, strana pietà, che non avevo mai provato prima. Come se attraverso mio figlio avessi d’improvviso intuito che cos’è la misericordia. Misericordia significa “con viscere materne”. Guardare con viscere materne. Scorgendo ancora, dietro alla durezza degli uomini, il figlio inerme che un giorno sono stati.

Lei, che aspettava.

E’ la nostra Marina Corradi, è Avvenire di sabato scorso. E’ la storia vera di Tempi duri. E’ una corrispondenza, una maternità, o paternità – che importa? La questione dirimente è il “sentirsi figli”. Dirimente tra il lasciarsi andare e la resilienza. Ancora grazie a Marina Corradi!

Era arrivata a Parma, ragazza, dall’Appennino. Era una donna semplice, sapeva leggere e scrivere. Aveva avuto tre figli: due femmine e un maschio, mio padre. Era rimasta una montanara, di poche parole. Ma un legame fortissimo la legava al primogenito. E adesso che i miei figli sono grandi mi immagino cosa fu, per mia nonna, veder partire mio padre per il fronte russo. Come la lama di un coltello nel cuore. Lui, magari, era fiero e eccitato, ignaro del massacro cui veniva mandato. Ma lei, aveva già avuto il marito in guerra, sul Piave; e sapeva, quanti non erano tornati. Quanto pregò per quel suo ragazzo partito per un’inimmaginabile lontananza? Alla radio dicevano di vittoriose avanzate. Mia nonna taceva. Donna di fede, me la immagino pregare. Mentre puliva la casa, mentre lavorava nell’orto o cucinava, un muto a tu per tu con la Madonna, un testardo implorare: fallo tornare. Sul Don venne l’inverno, e la disfatta. Con migliaia di altri mio padre intraprese la Ritirata. (Quelle ombre nere nella neve, claudicanti, miserabili, nelle foto dal fronte mi atterriscono). Scrisse mio padre che, sfinito, aveva avuto voglia di lasciarsi andare: «Solo il pensiero del dolore che ne sarebbe derivato a mia madre mi costrinse a continuare a camminare». Solo il sapersi figlio, e atteso, lo costrinse a vivere.

Il nascituro e la coscienza che nasce dall’«evidenza» di un’ecografia.

“Betania’s Bar – in amicizia e allegria con Gesù”. E’ l'”insegna del nostro bar”. Potrebbe essere sottinteso “Insieme a Marina Corradi, in amicizia e allegria con Gesù”. E’ infatti, la brava giornalista, ormai presenza fissa da noi.

Sul numero di Avvenire odierno ci parla di vita: avvenimento caro a Lei e agli amici del Bar.

Caro Avvenire, l’altro giorno ci ha colpito un articolo della “Stampa” firmato Gianluca Nicoletti. Si parlava della immagine dell’ecografia del bambino atteso da una nota “influencer” di Instagram, ecografia postata in rete che ha raccolto oltre 500mila “mi piace”. Interessante che il giornalista si ponga in questa occasione dei problemi sui diritti del feto, che pure non riesce ancora a chiamare bambino. Interessante che si ponga anche una serie di interrogativi sul diritto alla “privacy” del bambino non ancora nato, sulla tutela della sua immagine: lo riconosce quindi come soggetto a tutti gli effetti. Se ci si preoccupa della sua “privacy” bisogna riconoscere che è titolare di diritti, quindi ancora di più è titolare del diritto dal quale scaturiscono tutti gli altri : il diritto alla vita. Oggi questo non è garantito a tutti i bambini non ancora nati, perché la loro vita potrebbe essere interrotta dall’aborto. Le stupende immagini delle nuove ecografie, come già all’inizio di questa tecnologia, ma ancor più adesso con il prodigio della vista in 3D e 4D, aprono gli occhi sul fatto che la vita inizia prima della nascita.

Luca e Paolo Tanduo

Un’ecografia di un feto di poche settimane commuove il web, perché si tratta del figlio di gente famosa. «Patato», «raviolino», lo chiamano inteneriti nel video su Instagram i giovani genitori. Il web impazzisce. Il bambino non ancora nato è già guardato e chiamato a tutti gli effetti come un bambino. Il collega della “Stampa” commenta: «Occorre che si cominci a prendere atto di questo fenomeno, la nostra ombra digitale inizia ad allungarsi sulla Terra prima ancora che ci sia dato di venire alla luce». Quest’«ombra» del nascituro Continua a leggere

Con una «compagnia» così grande da non aver più paura delle stanze vuote.


Bellissimo: Marina Corradi, e non è la prima volta, sembra colloquiare con noi del Bar. E’ infatti stato pubblicato proprio oggi su Avvenire un articolo che mette a tema la solitudine e gli anziani. Il dialogo sembra valorizzare i commenti dei nostri Lucetta e Fausto. E la chiusura, come sempre, è illuminante e decisiva.

Caro Avvenire,
qualche giorno fa tra amici abbiamo parlato della solitudine. È sempre negativa? La si sceglie, la si subisce? Qualcuno ha scomodato Nietzsche, altri Sartre, altri ancora Camus. Le idee erano confuse, ognuno diceva la sua. Tranne uno, chi realmente viveva da solo. Che poi, infastidito dalle nostre elucubrazioni filosofiche, non si è più trattenuto: «Ragazzi, la solitudine è cercare le monoporzioni al supermercato, ritornare a casa e trovare le luci spente, prepararsi il caffè con la moka monotazza, lavarsi i denti con lo spazzolino solitario nel bicchierone, aprire il frigo tristemente semivuoto, brindare da solo, facendo “cin” con la bottiglia. E il tutto nel silenzio, la voce della solitudine ». Nessuno ha aggiunto altro…

Michele Massa Bologna

La solitudine raccontata dall’amico del nostro lettore è tanto vera che mi è parso, leggendo, di sentirla. Come un alito di freddo, addosso. Anche io ho provato, da ragazza, a vivere sola, e mi ricordo come fosse oggi il rumore della serratura e la porta che si spalancava sulla casa muta, identica a quando la avevo lasciata. Accendere la tv, solo per sentire delle voci. Il frigo mezzo vuoto. La spesa, al supermercato, piccola, e gli altri attorno con i carrelli pieni. Salendo le scale, voci e rumori dagli appartamenti degli altri, non dal mio. E quasi una sommessa vergogna nel Continua a leggere