Marchionne, Elkann, ognuno di noi davanti al male. Per non arrendersi all’«ingiustizia»

Il destino di Sergio Marchionne ha provocato le coscienze. Le riflessioni di John Elkann hanno sollecitato molti ad approfondire alcuni temi come giustizia, precarietà e senso della vita. Socci qualche giorno fa, oggi la nostra, sì la Nostra, MARINA CORRADI ci accompagna, con un articolo su Avvenire del 24 scorso e partendo dallo smarrimento umano di Elkann, a valutare ciò che davvero conta: siamo fatti per la Salvezza!

Quando un uomo come Sergio Marchionne scompare di colpo dalla scena dei media, e, in un silenzio costernato, da un ospedale non filtra nulla, se non un definitivo «non tornerà più a lavorare», il primo pensiero è lo sbalordimento. Sbalordimento per come la vita di ognuno, e anche dei più potenti, di quelli che sembrano avere il mondo nelle mani, sia in realtà legata al nostro povero corpo: a un cuore, a polmoni, a un cervello che possono in un attimo Continua a leggere

Quotidiano mistero.

…ormai Fausto lo conosciamo bene: se parla di profondo affetto intende proprio profondo affetto…

Che ricambiamo!

Un caro abbraccio a Voi tutti con profondo affetto.
FAUSTO CORSETTI

Un foglio bianco, non scritto, pronto; un tavolo che guarda lontano; una finestra che svela e nasconde: un mondo carico di messaggi, domande, interrogazioni, suggestioni per chi sa leggere e ascoltare. E accanto una sedia vuota, pronta, libera che attende.
Mille cose affollano questi spazi capaci di creatività, di parola, di suono, di luce, di colore. Molte più cose di quelle che servono.
Ma è sempre così: ogni capolavoro offre piccoli dettagli, è fatto Continua a leggere

L’essenziale…in valigia.

Una valigia povera, capace di contenere quanto è essenziale per vivere…
Un carissimo, affettuoso abbraccio a Voi tutti.

Fausto

E’ l’introduzione al nuovo “lavoro” di FAUSTO CORSETTI. Quanti penseranno: “Ma ho provato anch’io la stessa sensazione!…”?

Al ritorno da una vacanza, mi sorprendo con la mente a riflettere: tutto ciò che era diventato ordinario, faticoso, ingombrante diventa atteso, desiderato, rivisitato, ritrovato. Dopo una breve interruzione, dopo una pausa di distacco, dopo una temporanea assenza, la dimensione entro la quale ci si muove nel quotidiano scorrere del tempo appare diversa e nuovamente attraente. Riemergono, con colori inusuali, immagini e riferimenti che erano divenuti scialbi e sbiaditi.
Le consuetudini che impegnavano il tempo quotidiano riaffiorano con interesse e nuova affezione. Il tempo scelto per assentarsi momentaneamente dall’ordinario e da tutti quegli spazi zeppi di Continua a leggere

Cose dell’altro mondo, in questo mondo.

Ce ne ha parlato esattamente dieci giorni fa Fabrice Hadjadj: “…Perché so che questa vita non serve per avere un futuro ma perché ciascuno abbia la vita eterna”. 

E Paola, la mamma di Pietro Maria Adeodato, ce ne testimonia. E nella Famiglia di lei è successo che anche la sorella avesse testimoniato, nella medesima circostanza, la stessa verginità, come l’hanno chiamata i genitori di Pietro. La stessa Povertà, come la definisce il nostro don Fabio. Verginità è rendere Sacra la realtà della nostra vita. Povertà è avere come scopo la vita eterna. Preghiamo e ricordiamo Chiara Corbella.

Addio al figlio non nato eppure avuto in dono.

GIORGIO PAOLUCCI

La piccola bara bianca è davanti all’altare. La chiesa gremita di gente, in un silenzio attonito e commosso. Uno stuolo di amici si stringe attorno ai genitori di Pietro Maria Adeodato, morto nella pancia della mamma poche settimane prima che terminasse la gravidanza. L’hanno chiamato così, mettendogli il nome del grande amico di Gesù, quello della Madonna e un terzo nome che significa ‘donato da Dio’. Un dono a cui i genitori non hanno voluto rinunciare anche dopo che i medici avevano diagnosticato una grave malformazione incompatibile con la vita. E così hanno vissuto sette mesi pregando e sperando, chiedendo il miracolo della guarigione insieme a quello della conversione del cuore. Perché è potuto accadere? Che senso ha una morte così atroce? Verrebbe da dire che non ci sono parole per rispondere.
E invece ci sono. Sono le parole che la grazia di Dio ha messo in bocca ai genitori, e che si depositano in maniera indelebile nel cuore di chi ha partecipato a un funerale difficile da dimenticare. Quando hanno saputo della diagnosi infausta, papà e mamma hanno scritto agli amici una lettera in cui è racchiuso il senso di quello che stava accadendo, e che ha permesso loro di vivere il tempo dell’attesa con la consapevolezza che siamo fatti – tutti – per un destino buono, una consapevolezza che forse loro stessi non immaginavano di poter avere. «Ci è chiesto un sacrificio. Cioè di rendere sacro il nostro rapporto con Pietro, che vuol dire guardarlo come lo guarda Dio: con verginità. Questo sacrificio è una responsabilità enorme nei confronti della nostra fede e della nostra vita. Essere toccati dalla grazia è questo: guardare le cose come Cristo. 

A volte il Mistero ti tocca con una carezza (come quando noi due ci siamo conosciuti), a volte in un modo più deciso e a tratti violento. Guardare una cosa con verginità ti chiede anzitutto di domandarti e di verificare dov’è il tuo cuore, il tuo centro affettivo: dov’è la tua felicità. Sembra scontato a volte dire che la propria felicità è in Cristo. Nel nostro caso non lo è per niente: a noi è chiesto di riconoscere che la nostra felicità non è in Pietro, ma in Gesù. Non è in ballo solo il nostro bambino, ma il rapporto con Lui. Un’amicizia che ci chiede tutto». A loro davvero è stato chiesto tutto, un ‘sì’ totale e incondizionato. Per questo hanno deciso di celebrare il funerale nella stessa chiesa dove alcuni anni prima si erano uniti in matrimonio, pronunciando un ‘sì’ che li legava per tutta la vita. E quella chiesa – per una coincidenza che la dice lunga sulle dinamiche misteriose che muovono l’esistenza – è intitolata a San Pietro, lo stesso nome del bambino che hanno accompagnato in un percorso misterioso, affidandosi a un Altro. Riconoscere che la vita è un mistero nelle mani di un Altro è l’unico modo per darsi ragione di quanto è accaduto.

La fede ce lo fa intuire anche dentro un dolore inenarrabile, che arriva fino a sperimentare le ruvidità della morte. «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore»: il brano di San Paolo che viene letto dal pulpito descrive la posizione vertiginosa che i genitori del piccolo Pietro hanno potuto tenere in questi mesi di trepidante attesa, per grazia di Dio più che per un eroismo impossibile. Quando il funerale finisce e si aprono le porte della chiesa, un raggio di sole si posa lieve sui presenti.

È un segno, inatteso, che sembra evocare le parole di un canto risuonato poco prima: «Non arrenderti al buio che le cose divora, ora è notte ma il giorno verrà, ancora». In un mondo che vive nello scetticismo e che non sa più darsi le ragioni per vivere, può accadere di scoprire queste ragioni quando si sta davanti alla morte. Possono accadere cose come queste, a un funerale. Cose dell’altro mondo. In questo mondo.

fonte: Avvenire 29/3/2017

Di fronte alla vita …

Leggendo un libro di Duccio Demetrio, “Filosofia del camminare”, mi sono imbattuta in un quadro di Balthus (al secolo Balthasar Klossowski): La Montagna, un olio su tela, che si trova al Met di New York:

Working Title/Artist: The Mountain Department: Modern Art Culture/Period/Location: HB/TOA Date Code: Working Date: 1937 photography by mma, DP1308.tif touched by film and media (kah) 04_04_14

Sicuramente aveva ben altro in mente quando ha dipinto questi sette personaggi sull’altopiano.

Osservandolo ho intravisto sette modi diversi di porsi di fronte al mistero di quel benedetto e fantastico lavoro, che è la vita.

Sulla sinistra una figura maschile con lo sguardo teso e critico: la razionalità che si interroga e quasi vuole mettere in dubbio l’inspiegabile.

Vicino a lui una donna che si stiracchia: il risveglio dei sensi e delle emozioni alla luce di un nuovo mattino.

Accanto a lei un’adolescente che sta dormendo: la fatica o l’indifferenza di fronte a ciò che risulta incomprensibile.

Poco dietro, un ragazzo che si rilassa guardando in alto: l’affidamento a Qualcuno che sta oltre.

Più in là, in secondo piano, una coppia: la condivisione nella e della sorte che hanno deciso di giocarsi insieme.

In fondo, sulla destra, una presenza lontanissima: la fuga o la solitudine di chi non vuole nemmeno mettere in dubbio le proprie certezze.

Omelia di don Giacomo Rossi per la Pentecoste

SpiritoQuando sei anni fa sono diventato prete diversi amici mi chiedevano come mai avessi fatto questa scelta. Per me non era facile rispondere. Ho capito allora che era difficile rispondere a questa domanda. Questo perché era difficile dire che il Signore esiste nella nostra vita e che è lo Spirito che ci suggerisce realmente quello che è giusto fare. E questo era complicato perché la gente si aspettava altre risposte. Era difficile dire quale fosse il punto fondamentale. Ora, penso alla mia storia ma penso anche alla vostra cioè a quella di tanti ragazzi che sono qui, che hanno deciso di essere qui a Messa oggi malgrado i loro compagni non vengano.  O magari, Continua a leggere

… a Casa …

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Il portone è socchiuso.

Rimani lì, titubante,

con la mano appoggiata sul pomello.

Poi ti decidi ed entri.

Subito ti lasci avvolgere dal silenzio.

La luce del sole,

che penetra dalla vetrata,

disegna arcobaleni sul marmo del pavimento.

Alzi gli occhi e …

… e ti perdi nello sguardo dell’Uomo sulla croce.

E, senza accorgertene,

ti trovi inginocchiato

di fronte al Mistero.