Immagini come da lontano e una strana nostalgia.

Da Avvenire dell’altro ieri, da MARINA CORRADI che “canta”della Nostalgia spesso e con maestria. Ringraziando Silvia per la sua “Nostalgia canaglia” e per la sua sensibilità.

Navigando sul web, sul sito di un quotidiano imbattersi – dopo il dramma degli esuli della ‘Sea Watch’ e della ‘Sea Eye’, tra crisi della Carige e «prima gli italiani!» – in un video diverso. Aprirlo, guardarlo, guardarlo ancora. Quasi in una misteriosa nostalgia. Una videocamera nascosta in un bosco dell’Appennino parmense mostra il passaggio degli animali selvatici nell’anno appena finito, da una stagione all’altra. Non sono immagini insolite per gli amanti della natura, forse lo sono tra le cronache quotidiane. L’occhio tecnologico sembra essere stato posto lungo un sentiero battuto dalla fauna.

Apre la sfilata una volpe affamata, che si lascia dietro sul manto candido Continua a leggere

Nostalgia canaglia

Pensieri di fine anno.

Spesso mi prende un po’ di nostalgia.

Leggo dal Corriere della Sera il fondo di Massimo Gramellini che mi rassicura:

non c’è nulla di sbagliato nell’essere nostalgici. La nostalgia scalda il cuore. È stato dimostrato che chi la prova sopporta meglio il freddo.”

Bene, allora posso star tranquilla. E invece…

la nostalgia funziona se è uno strumento, non un traguardo, un modello e non un rifugio. La nostalgia semplifica, restituendoti nel ricordo una realtà depurata dalle tensioni, quindi deformata.”

Non va respinta o schiacciata la nostalgia, ma forse ridimensionata, per meglio vivere il presente.

Infatti l’augurio di Gramellini si chiude così: “il contrario della nostalgia è la consapevolezza di vivere immersi nel presente.”

Nel presente!

Ecco, vado a vivere il presente.

La maestà di un rito diurno.

E’ pubblicato dall’11 ottobre su Tempi questo componimento. E’ proprio una creazione, non un semplice “pezzo” o un “articolo”.

Del minestrone e dell’arrosto, il profumo ti avvolge e si allarga in cucinacucinare, qui, è un rito che va svolto con ordine, e dispiegato secondo i suoi canoni antichi; l’appellativo della cipolla è anima del sugo; la pentola sul fornello dà alla cucina un calore di un focolare pensoso

Proponiamo agli amici del Bar di non trattenersi dal provare nostalgia per la maestà di Bellezze come questa. Che si sperimentino di nuovo questi riti spesso trascurati. E che ci si dedichi, quando possibile, alla poesia di MARINA CORRADI.

La casa del vecchio parroco alla periferia nord di Milano è grande e silenziosa, in un cortile appartato a fianco della chiesa. Salite le linde scale di pietra mi affaccio nell’ingresso, noto con nostalgia le mattonelle antiche, nere e rosa, come quelle che c’erano una volta nelle scuole. Ma come entro mi avvolge un profumo di minestrone e di arrosto che si allarga dalla cucina, in fondo, dove una badante è intenta ai fornelli: col grembiule sul petto e un mestolo di legno in mano. La donna si volta, sorride, saluta, e si china Continua a leggere

Silenziosa sorella morte.

Il nostro Fausto Corsetti ci scrive: “La morte è poesia inespressa” e “al silenzio eterno manca il linguaggio”. E allora facciamo silenzio…

Grazie per l’ennesima volta. Un abbraccio stretto a Te!

Mia madre non c’è più. Una parola rimbomba, simile a un’ombra scura nella mente, quando non ti aspetti di sentirla.
Ricordo il dolore associato ad essa come tanti piccoli spilli che penetrano ogni parte del corpo e lì si fermano, andando sempre più a fondo a ogni respiro, a ogni pensiero nostalgico.
Dovrò imparare a chiamarla con il suo nome. La ripeto ancora, quella parola, eppure non riesco mai a darle forma. Continua a leggere

Quella carezza della sera.

Raramente ascolto con attenzione le parole di una canzone. Per me sono tutt’uno con la musica. Per farlo dovrei, come mi è capitato oggi, incontrare qualcuno che mi inviti a meditarle. Ecco una recensione di ANDREA PEDRINELLI, oggi su Avvenire. Avevamo già sperimentato l'”Operazione nostalgia“? La riproponiamo:

Che anni, gli anni dell’adolescenza. Tempo di slanci e insicurezze, di voglia di vivere e paura di iniziare a farlo. Col papà sullo sfondo, e noi sospesi fra desiderio di conoscerlo e timore di scoprirne le fragilità. Però che sere quelle sere d’estate, quando in noi ancora bambini già si intravedeva un uomo nuovo… «Quando tornava mio padre sentivo le voci, dimenticavo i miei giochi e correvo lì… Mi nascondevo nell’ombra del grande giardino, e lo sfidavo a cercarmi: io sono qui!».

Poi la paura di averlo perso, papà, forse di non riuscire mai davvero a incontrarlo: «Quelle giornate d’autunno sembravano eterne, quando chiedevo a mia madre dov’eri tu… Che cos’era quell’ombra negli occhi suoi? Io non capivo cos’era, e cominciavo a pensare …mi manchi tu». Fino ad oggi. Già: e oggi, cosa ci manca di più di allora? Quella tenerezza di cui avevamo disperato bisogno o la nostra voglia acerba di quei giorni, la voglia noi da soli di sfidare il mondo? Se lo chiedevano pure i New Trolls, in una canzone bella quanto celebre. «Non so più se mi manca di più quella carezza della sera o quella voglia di avventura, voglia di andare via di là»: ma la risposta, in fondo, era già nel titolo. Quella carezza della sera, sì: è la carezza di papà, che fino all’ultimo giorno cercheremo di ritrovare.

Te Deum 2016

Gaudenzio Ferrari "Angeli musicanti" - Santuario di Saronno (Va)
Gaudenzio Ferrari “Angeli musicanti” – Santuario di Saronno (Va)

Ecco il “Te Deum” del nostro Giordano. Una persona di cuore. Grazie!

L’inizio è stato la “penitenza” assegnatami dal mio confessore circa un anno fa: trovare ogni giorno un motivo di ringraziamento, almeno fino a totalizzare dieci “grazie” (ogni riparazione deve essere a termine!)
Così ho cominciato – oltre i 70 vi può ancora essere un incipit – a capire che il nuovo, il gratuito si può trovare se lo si cerca attivamente.
Mi pare interessante anche il passo seguente: per riconoscere il dono devo in qualche modo generarlo. Detto altrimenti: Dio non pone sulla mia strada doni bell’e confezionati, come fa Babbo Natale; invece, rispettoso fino all’estremo della mia libertà, vuole la mia collaborazione o, meglio, la mia disponibilità.
Ma vedo anche il rovescio della medaglia: non sono io a forgiare con le mie mani il bene di cui ringraziare.
L’esperienza concreta risolve la contraddizione logica.
Il bene si genera nell’ incontro di due libertà, quella assoluta di Dio e quella che rimane in me dopo aver tolto i condizionamenti della mia azione.
Non è possibile stabilire quale sia la mia parte e quanta la Sua, semplicemente perché misurare la libertà non si può.
Devo fare tutto il mio possibile, ma intuisco che il bene è:
suggerito da Lui e intravisto da me,
cercato da me se Lui me ne dà nostalgia,
trovato per sua Grazia quello generato da Lui per me.
“Non ho beni nativamente miei” non è considerazione che annichilisca la mia persona, al contrario le dona spazi di libertà inattesi, che sono la fonte più genuina della letizia. Te Deum laudamus!

Giordano Tasca