Chi non lo fa.

Chi sa fare il bene e non lo fa commette peccato.
Gc 4,17

Scegliere i poveri non vuol dire organizzare l’assistenzialismo, moltiplicare i pacchi dono, allestire soccorsi d’emergenza, tamponare le falle della miseria con i mantelli della beneficenza, coprire con le toppe della carità gli strappi della giustizia. Ci vuole anche questo, intendiamoci. Anzi, verso certi sapienti in vena di sentenze, i quali dicono che a chi chiede un pesce devi dare la canna per pescare e non un pesce bello e fritto, dobbiamo ricordare che non tutti sono in grado di reggere la canna.

Però, chiaramente, amare il fratello non significa assisterlo, significa promuoverlo. Ecco allora che  dovrebbe scattare un impegno grosso: quello della coscientizzazione dei più poveri, dell’accoglienza, dell’amorosa cintura d’assedio. Stiamo assistendo impotenti a un riflusso di antiche povertà, che si vanno radicalizzando in modo preoccupante perfino nelle fasce della prima fanciullezza: fuga dalla scuola dell’obbligo, furti e scippi da piccolo cabotaggio, moltiplicarsi di violenza gratuite, riproposizione di forme d’accattonaggio preadolescenziale… sono segni di una necrosi sociale che trova nei bambini le valvole più deboli.

Ecco qui il discernimento, l’intelligenza tattica delle nostre comunità cristiane, che non sono chiamate tanto ad allestire mense, ma ad aggiungere posti a tavola.

mons. Tonino Bello