Lei, che aspettava.

E’ la nostra Marina Corradi, è Avvenire di sabato scorso. E’ la storia vera di Tempi duri. E’ una corrispondenza, una maternità, o paternità – che importa? La questione dirimente è il “sentirsi figli”. Dirimente tra il lasciarsi andare e la resilienza. Ancora grazie a Marina Corradi!

Era arrivata a Parma, ragazza, dall’Appennino. Era una donna semplice, sapeva leggere e scrivere. Aveva avuto tre figli: due femmine e un maschio, mio padre. Era rimasta una montanara, di poche parole. Ma un legame fortissimo la legava al primogenito. E adesso che i miei figli sono grandi mi immagino cosa fu, per mia nonna, veder partire mio padre per il fronte russo. Come la lama di un coltello nel cuore. Lui, magari, era fiero e eccitato, ignaro del massacro cui veniva mandato. Ma lei, aveva già avuto il marito in guerra, sul Piave; e sapeva, quanti non erano tornati. Quanto pregò per quel suo ragazzo partito per un’inimmaginabile lontananza? Alla radio dicevano di vittoriose avanzate. Mia nonna taceva. Donna di fede, me la immagino pregare. Mentre puliva la casa, mentre lavorava nell’orto o cucinava, un muto a tu per tu con la Madonna, un testardo implorare: fallo tornare. Sul Don venne l’inverno, e la disfatta. Con migliaia di altri mio padre intraprese la Ritirata. (Quelle ombre nere nella neve, claudicanti, miserabili, nelle foto dal fronte mi atterriscono). Scrisse mio padre che, sfinito, aveva avuto voglia di lasciarsi andare: «Solo il pensiero del dolore che ne sarebbe derivato a mia madre mi costrinse a continuare a camminare». Solo il sapersi figlio, e atteso, lo costrinse a vivere.

Francesco Guccini – Bepi De Marzi

Guccini - De Marzi

Cosa avranno mai in comune questi due signori?

Uno  è modenese, l’altro è vicentino.

Uno è tra i maggiori cantautori italiani, l’altro è forse il più noto autore di canti alpini e di montagna (vi dice qualcosa “Signore delle Cime”?).

Eppure qualcosa in comune ce l’hanno.

Entrambi hanno scritto un testo su una delle pagine più drammatiche della storia italiana: la ritirata di Russia.

Francesco Guccini, nel 1996, pubblica “D’amore di morte e di altre sciocchezze”, dove trova posto, come sesta traccia, “Il caduto”:

https://www.youtube.com/watch?v=0HWDFCkU-_w

Il brano è il lamento di un montanaro rimasto intrappolato per sempre in quella pianura sconfinata, dove tutto è diverso dall’ambiente conosciuto della sua terra: la neve è diversa, l’orizzonte è diverso. E questo lamento, nel finale, si accende di malinconica nostalgia:

Io che guardavo la vita con calmo coraggio,

cosa darei per guardare gli odori della mia montagna,

vedere le foglie del cerro, gli intrichi del faggio,

scoprire di nuovo dal riccio il miracolo della castagna.

E il destino di questo caduto anonimo è stato il destino di molti alpini che si trovavano a Nikolajewka il 26 gennaio 1943. E per ricordare quel tragico martedì, Bepi De Marzi scrive, nel 1968, “Le voci di Nikolajewka”:

https://www.youtube.com/watch?v=l6ZaBqFkFUs

Tutte le volte che ascolto questo brano, se chiudo gli occhi, riesco a percepire il freddo di quella giornata di gennaio e, poco a poco, una alla volta, sento salire quelle voci, come di fantasmi, che ripetono all’infinito quella sola parola come monito per le generazioni future.

Qualcuno è riuscito a tornare a baita: Giulio Bedeschi, don Carlo Gnocchi, Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli. Ma non sempre, a casa, sono state rose e fiori…

Come per  l’alpino Pasquale Corti di Reggio Emilia, che ho avuto la fortuna di conoscere a Parma nel 2005, durante l’Adunata Nazionale degli Alpini: dopo il freddo, la fame, la paura della steppa russa, ha dovuto affrontare gli sguardi di alcuni suoi “amici” (?!) che lo vedevano come traditore perchè avera risposto Signorsì e aveva rischiato la vita per servire la Patria.