Lunga vita all’Oratorio.

MarcoUn’Amica nuova entrerà da oggi, speriamo con regolarità, nel nostro Bar. Si tratta di Antonietta. Con la stessa grazia e la medesima sensibilità della nostra giornalista preferita, Marina Corradi, scrive per il Periodico parrocchiale della Sua Barlassina; ci ha concesso di pubblicare i pensieri colti dal Suo Scrigno della Memoria. Sono brani tratti da ‘In comunione. Bollettino della Parrocchia di S. Giulio in Barlassina’. Ma ecco, in tempi di Oratorio estivo, “Lunga vita all’Oratorio:

di Antonietta Porro

Devo ammettere che quando ero bambina non andavo molto volentieri all’oratorio. I miei genitori, cresciuti all’oratorio e fermamente convinti della sua importanza nell’educazione di una persona, mi sollecitavano molto calorosamente a farlo, ma confesso di aver opposto loro più di qualche resistenza: ero molto timida, e poi non avevo grande successo nei giochi di squadra, così preferivo di gran lunga la compagnia di un’amica o due all’inserimento in gruppi numerosi di coetanei.
Mi rifeci tuttavia alla grande una volta diventata adolescente:

 ci furono anni in cui non c’era bisogno che qualcuno mi dicesse «Vai all’oratorio!» perché lo facessi spesso, volentieri e a lungo… All’oratorio avevo i miei amici; con loro imparai a fare mia la fede cui ero stata educata in casa; con loro quel Gesù che avevo imparato a pregare da bambina divenne sempre più una presenza reale nella mia vita, il centro dei miei affetti, la ragione che mi spingeva a impegnarmi in quello stesso contesto, nell’educazione dei più piccoli, o negli altri ambienti, come la scuola, in cui passavo le mie giornate.
Gli anni della mia adolescenza non furono anni facili, perché il mondo era attraversato da fermenti non sempre controllabili, i cui effetti imprevedibili si registravano anche negli ambienti ecclesiali. Persino all’oratorio non era semplice far convivere la tradizione con le novità, i frequentatori di vecchia data coi nuovi arrivati. Furono anni di “lotte”, come ho sentito dire anche di recente da don Giorgio, di grandi passioni, che non potevano non lasciare qualche segno nella nostra vita di giovani. Questi segni non furono per tutti dello stesso tipo e non ebbero sempre le stesse conseguenze, ma sono fermamente convinta che tutti quelli che passarono dall’oratorio in quegli anni non lo fecero senza che la loro vita ne fosse permanentemente segnata.
Così mi colpisce ogni volta vedere che anche quelli fra i miei amici che hanno cambiato strada non hanno dimenticato quel tratto del loro cammino; mi commuove accorgermi che alcune persone, incontrate lì, rivestono ancora oggi un ruolo importante nei loro affetti. Tra queste persone un posto speciale lo occupa chi ci ha mostrato, con le parole e con l’esistenza, che si può spendere la propria vita per Cristo: parlo di don Giorgio, il prete che allora ci accompagnava.
Nello scrigno della memoria conservo un ricordo particolare a suo riguardo: quando don Giorgio era già da diversi anni parroco di Induno Olona, andai a trovarlo e con qualche sorpresa vidi esposto in bella mostra in casa sua un biglietto, che forse accompagnava a suo tempo un regalo e che recava le firme di tanti miei amici, alcuni dei quali da tempo lontani dall’oratorio. Pensai che, pur dopo tanto tempo e qualunque fosse stata la loro storia personale, essi stavano ancora lì, davanti agli occhi e dentro il cuore di don Giorgio, come lui – certamente – stava indelebilmente nel loro e compresi che, ovunque essi fossero in quel momento, gli anni dell’oratorio non potevano essere per loro passati invano.
Vorrei che tutti potessero fare una esperienza del genere, sentire che ci sono, nella loro vita, punti fermi così solidi che nulla li può cancellare. Punti di riferimento, appunto. Quelli che oggi mancano sempre di più, per i giovani e per i meno giovani.
Potrà l’oratorio svolgere ancora questo ruolo? Qualcuno pensa che questa istituzione ormai abbia fatto il suo tempo, ma a me pare che il nostro oratorio, con il gran numero di bambini e di ragazzi che lo popolano, porti molto bene i suoi 110 anni, i quali – anzi – potrebbero avere su di lui l’effetto che il passar del tempo esercita sul vino buono. A qualche condizione, però. Occorrerà, forse, saper guardare a questo luogo con lo sguardo che hanno avuto coloro che lo hanno “inventato”, sentendolo come la loro casa ma non sentendosene i padroni, avvertendolo come un luogo da amare e servire e non da possedere, aprendo le sue porte a tutti con la disponibilità a collaborare fraternamente. Chiunque vi entri dovrà sentirsi accolto con calore, come un amico, non osservato con circospezione come un estraneo: solo così, a distanza di anni, dovunque sarà, potrà ripensare a quel luogo come a un punto fermo della sua vita, a un punto di riferimento, e vorrà accompagnarci i suoi figli e i suoi nipoti, perché facciano la stessa esperienza.

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