Europa, se perdi Charlie non ti rimane nulla.

“Noi ci alzeremo in piedi

ogni volta che la vita umana

verrà minacciata.”

 

Giovanni Paolo II

il blog di Costanza Miriano

di Giacomo Bertoni

Caro piccolo Charlie, voglio chiederti scusa. Scusa come occidentale, perché ho sottovalutato il crimine che si stava compiendo nei tuoi confronti nel cuore della nostra Europa. Scusa come giovane, perché nonostante la retorica sulla nostra vivacità non ho speso abbastanza energie per te. Scusa come studente, perché non mi sono documentato abbastanza sul tuo caso. Scusa come cronista, perché non sono riuscito a raccontarti come avrei dovuto.

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Mai soli! # 2

Teniamo molto alla capacità di giudizio di MARINA CORRADI. Oggi affronta con la consueta lucidità il caso del suicidio in carcere dell’autore di un delitto avvenuto a Roma. Facendo memoria del martirio di santa Maria Goretti.

Caro Avvenire,

scrivo riguardo il caso dell’omicidio di Luca Varani, perché in questi giorni ho sentito del suicidio in carcere di uno dei due imputati, Marco Prato, per l’orrendo delitto.

Ora al di fuori di qualsiasi sentimentalismo o pietismo, da cattolico provo una certa amarezza per tutto ciò. Questo perché come esseri umani tutti siamo soggetti a sbagliare, anche molto; leggendo il Vangelo si capisce che il buon ladrone forse non era migliore di Marco, e correndo ai nostri tempi recenti lo stesso Alessandro Serenelli (l’assassino di Maria Goretti) forse stava “a pari demerito” con Marco. Voglio ricordare che nel momento del delitto sembra si siano consumate anche sostanze stupefacenti, e mi chiedo se questo non abbia alterato la lucidità di tutti i protagonisti.

Non voglio giustificare nessuno e voglio ribadire la mia profonda vicinanza ai genitori di Luca Varani, ma per favore consentitemi lo sfogo, neanche Alessandro Serenelli era stato massacrato così dai mezzi di comunicazione. In tutto questo mi domando se qualcuno in carcere ha teso una mano a Prato per evitare questo tragico epilogo. Da cristiano vi confido sinceramente la mia amarezza per tutto ciò che ho udito, letto e sentito di questa triste vicenda. Addirittura magari si crede cristiano chi dice che, se Marco si è suicidato, alla fine ha fatto la cosa più giusta, l’unica che doveva fare! Non sarà che il sale di cui parla Gesù stia perdendo di sapore?

Andrea Roma

Il suicidio nel carcere di Velletri di Marco Prato, il giorno prima della udienza del processo per l’omicidio di Luca Varani, è una vicenda di una dolorosità che lascia senza fiato. Per tutto: per la atrocità di un delitto che sconvolse Roma, per la casualità della scelta della vittima («Volevamo provare a vedere com’è, uccidere», dichiarò l’altro imputato, Manuel Foffo, già condannato con rito abbreviato a trent’anni); per la modalità feroce di un omicidio perpetrato con cento colpi di coltello e martello, durante un festino sessuale. Per tutto, davvero. E ora anche per il suicidio di uno degli imputati, in cella: un sacco di plastica, un erogatore di gas per i fornelli, e l’ha fatta finita.

Il Ministero di Giustizia ha aperto un’indagine per verificare se le procedure contro il suicidio fossero state rispettate. Ma Prato aveva già tentato di morire, appena dopo quella notte in un appartamento del Collatino. Aveva scritto anche un disperato testamento: «Fate festa, al mio funerale». Il lettore si chiede se qualcuno in carcere gli abbia porto una mano. Non manca in nessun carcere italiano un cappellano, e non dubitiamo che a Velletri ci si sia avvicinati a quel detenuto. Non sempre però è possibile penetrare nella solitudine degli uomini, e nella peggiore delle solitudini, quella del male. Continua a leggere

Mai soli!

Leonardo: “Testa della Vergine” 1510 ca. Metropolitan Museum of Art

Ci scrive la nostra Antonietta. Un’apertura straordinaria del Suo Scrigno della Memoria. Ci piace perché da fatti semplici, umani, quotidiani, lieti o dolorosi trae, attraverso un lessico… famigliare, autentiche, inaspettate lezioni di Vita.

E GRAZIE!

27 giugno 2017
Oggi saranno celebrati i funerali di Paola, moglie, mamma, nonna, suocera, amica. Non ho conosciuto personalmente Paola, ma conosco S., sua figlia, M., suo genero, e alcuni dei loro figlioli. Con loro ho condiviso spiritualmente il percorso di accompagnamento a Paola verso il suo Destino, imparando attraverso i loro racconti (e rievocando la medesima esperienza accadutami tempo fa) cosa significhi accompagnare una persona cara verso l’esito che umanamente appare come il meno desiderabile. E certamente lo è, perché noi non siamo fatti per un destino con la d minuscola: il dolore per il distacco fisico, l’invitabile vuoto della separazione, il rifiuto che istintivamente proviamo nei confronti della morte intesa come una fine ci fanno capire che non è per quello che siamo stati fatti. Non può finire così, non è umano.
Paola e la sua famiglia hanno vissuto queste settimane, questi mesi, nella consapevolezza che l’esito inevitabile non rappresenta la fine. Ci hanno indicato come si muore e come si accompagna alla morte.
Ma c’è di più. In queste settimane ho ascoltato racconti pieni della sollecitudine premurosa di una famiglia, di apprensione, anche, ma soprattutto di serenità. Ho sentito di giovani nipoti che passavano il loro tempo a fare compagnia alla nonna. Ho sentito della gratitudine lieta di Paola per un sughetto col tonno preparato dalla figlia, per la sua macchina per cucire messa a nuovo (pur nella consapevolezza che non sarebbe mai stata usata). Ho sentito del suo grazie di fronte al sorriso dei suoi visitatori e dei suoi cari. Ho imparato che la vita è fatta di un numero infinito di piccoli grandi regali, nessuno dei quali ci è dovuto, ma di fronte ai quali non possiamo che ringraziare, fino all’ultimo alito di vita. Ho imparato che vivere è ringraziare, per il sole, per la luna, per le stelle, e anche per sorella morte. Grazie dunque, a Paola e alla sua famiglia, perché non ci hanno indicato solo come si muore, ma anche e soprattutto come si vive.

Operai per la sua Messe.

Ecco il dono, da parte di Antonietta, di un’altra perla colta dal suo “Scrigno della Memoria”. Ricordiamo che sono testimonianze già pubblicate sul periodico della Parrocchia di San Giulio in Barlassina. Nel mese delle Ordinazioni oggi ci fa riflettere sulla missione dei sacerdoti.

ANTONIETTA PORRO

C’era da scommetterci che l’incontro con don Giorgio Marelli, lo scorso 10 maggio, in occasione della S. Messa in suffragio di Giuditta Pozzoli a 25 anni dalla scomparsa, avrebbe causato per me l’apertura dello scrigno della memoria: don Giorgio è stato per me il prete dell’adolescenza e della prima giovinezza, la guida spirituale mia e di tanti miei coetanei e coetanee, una presenza insostituibile nella maturazione personale di molti di noi.
Così lo scrigno si è aperto, anzi, scoperchiato in maniera attesa, ma sorprendentemente i ricordi che ne sono usciti hanno portato con sé non tanto la nostalgia per un tempo che non torna, quanto piuttosto la gratitudine per ciò che quel tempo è stato e un guardare avanti fatto di serenità e fiducia.
Don Giorgio è un uomo dello spirito: basta sentirne una omelia per rendersene conto. Eppure è stato capace di essere vicino alla nostra esuberanza giovanile, di corrispondere alle aspirazioni che allora ci muovevano. Continua a leggere