«La scuola» del silenzio. Quando la vacanza nutre lo spirito.

monasteroL’estate può essere anche tempo di riflessione: molti i  laici che bussano ai monasteri. (Lidia)

VITO MAGNO

È un fenomeno che si ripete in tutte le estati e non solo in Italia. Laici e sposati bussano alle porte dei conventi per sottrarsi qualche giorno ai ritmi incalzanti della quotidianità e ricaricarsi spiritualmente in un clima di preghiera e di silenzio. Per rispondere alle richieste di chi cerca una quiete finalizzata alla pace dell’anima, in Austria il Canisiuswerk (Centro austriaco per le vocazioni) e l’associazione Klosterreich (Unione dei monasteri d’Austria) hanno pubblicato una guida contenente tutte le possibilità offerte dai monasteri in questo periodo, riportando in nota quelli più rigorosamente osservanti del silenzio. Anche in Italia la Federazione italiana esercizi spirituali (Fies) ha segnalato sulla rivista Tempi dello Spirito luoghi e date dei corsi di esercizi e di spiritualità. Non pochi di essi sono riservati proprio ai laici.
Cercatori di silenzio sono, tra gli altri, gli universitari della Fuci che a Camaldoli, ospitati dai monaci, partecipano alle Settimane estive sulla misericordia. Il silenzio è anche l’elemento principale, liberamente accettato, delle famiglie che dalle Alpi all’Etna seguono gli esercizi spirituali predicati dai gesuiti sulla scia di sant’Ignazio. «Quando si parla di un periodo di ritiro più o meno lungo – osserva monsignor Giovanni Scanavino, presidente della Fies – si deve intendere l’esperienza di silenzio mirata all’ascolto della voce di Dio ed alla scoperta di se stessi».
Un’antica metafora sull’importanza del silenzio parla di un giovane che recatosi da un monaco di clausura gli chiese: «Che cosa impari dalla tua vita di silenzio?». Il monaco, che stava attingendo l’acqua da un pozzo, gli rispose: «Guarda giù dal pozzo! Che cosa vedi?». Il giovane guardò nel pozzo. «Non vedo niente». Dopo un po’ il monaco gli disse: «Guarda ora! Che cosa vedi nel pozzo?». Il giovane ubbidì e rispose: «Ora vedo me stesso: mi specchio nell’acqua». Il monaco allora disse: «Quando io immergevo il secchio l’acqua agitata impediva di vederti, ma ora che è ferma riesci a vedere il tuo volto». Così è l’esperienza del silenzio: permette all’uomo di vedere se stesso. Non è vuoto il silenzio, al contrario è il momento più ricco di verità e di pensiero. «Tacendo con gli uomini si parla meglio con Dio» diceva san Bernardo; e Thomas Merton chiamava “sentinella sulla frontiera del mondo” chi pratica il silenzio. Le biografie dei santi sono piene di episodi in cui appare chiaro che le grazie speciali solitamente le ricevevano nel silenzio della notte o nella quiete della preghiera, o nella solitudine di un eremo. L’angelo inviato da Dio a sant’Arsenio per insegnargli cosa doveva fare per salvarsi, gli disse: «Se vuoi salvarti, ritirati nella solitudine, osserva il silenzio, riposa in Dio».
Ma, come sempre accade, i benefici, anche del silenzio, li avverte principalmente chi si lascia guidare. I maestri, in questo caso, sono da sempre i monaci e le monache, che vivono la radicalità evangelica all’opposto della logica del frastuono, disponibili sempre a rispondere alle domande di senso che oggi si tende a nascondere. In uno dei monasteri più famosi d’Italia, quello benedettino dell’Isola San Giulio, la badessa Anna Maria Canopi parla del silenzio come di un dono venuto dal Cielo: «Bisogna disporsi a riceverlo come un tesoro nascosto nel cuore che dà fascino a tutta la persona. La sua importanza è tale da affermare che l’uomo vale tanto quanto il silenzio che lo abita».
Contagioso il silenzio! Si comunica da persona a persona. La pace del monastero si trasmette ai pellegrini che bussano alla sua porta. E c’è chi, tornato a casa, posta sui social messaggi come questi: «Sono arrivato disfatto nel monastero di Camaldoli; ora mi sento una forza che non ho mai avuto – confessa Luigi – tornerò ancora a rigenerarmi in questo silenzio». Alessandra scrive da Subiaco: «Credo di avere capito che cosa c’è di sbagliato nelle mie relazioni con gli altri: il non vedere in loro la presenza di Cristo. Qui l’ho vista. Spero di riuscire a vederla dove ritorno».

fonte: Avvenire

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2 pensieri su “«La scuola» del silenzio. Quando la vacanza nutre lo spirito.

  1. Quando ai bordi delle strade cominciano a rincorrersi, vivaci e disordinate, foglie dalle forme più diverse e dalle tinte calde di cui si rivestono solitamente i tramonti, a tutti è chiaro che si fa prossimo il momento dell’ultimo raccolto, degli ultimi colori prima che venga il tempo della spoliazione, dell’attesa, del gelo, del rigore.
    I giorni si abbreviano e gradualmente si raffreddano, lasciando traccia di tale mutamento in umide nebbie che, a sera, avvolgono in un silenzio tipico che ovatta e nasconde, cose e persone.
    Ognuno di noi ha una stagione che ama. Io preferisco l’autunno, con i suoi colori tenui e iridescenti, delicati e pacati come il clima che lo avvolge. Amo i suoi silenzi. Amo il silenzio che rigenera, che consente a ognuno di noi di respirare e ritrovarsi.
    A chi corre per le tante cose da fare, esso insegna che può anche fermarsi, almeno per un po’: il mondo va avanti lo stesso. Il silenzio va accolto senza il timore che sia soltanto un vuoto. Allora scopriamo che è lui ad accoglierci.
    Se il cuore si fida, proveremo un senso di liberazione. Nel silenzio accade l’incontro con la libertà di poter ascoltare, pensare, essere, agire altrimenti. In questo dolce spazio si è attratti ad ascoltare il respiro che ci abita, a sentire l’anima, a vedere l’essenziale, che spesso è stato sepolto a forza di adattarsi al peggio della vita.
    Perché ciò avvenga non basta tacere o raccogliersi in un luogo tranquillo. Il silenzio va desiderato, ma accade imprevedibilmente. Quando ci raggiunge, l’impulso più lucido è quello di affidarsi, aprendoci a incontri essenziali. Nella sua ospitalità si offrono infatti forme di comunione da custodire.
    E’ il caso della relazione con le persone amate scomparse. Esse non sono cancellate, come se non fossero mai esistite. Il loro silenzio ci accompagna e il dialogo persiste, purché il nostro cuore non sia completamente serrato per eccesso di difesa dal dolore: gli scomparsi ci chiedono, più del ricordo della vita trascorsa, la memoria del presente, la comunione indistruttibile nel bene.
    Nella quiete a ciascuno è dato di confrontarsi con la propria strada, sentendosi chiamato a una vita vera. Accettare questa ospitalità non comporta di chiudersi in se stesso, nella propria interiorità. L’autentico incontro con il silenzio non ci sequestra nell’isolamento, anzi ci rimanda verso gli altri con la piena coscienza della nostra responsabilità.
    Il silenzio ci fa nudi. Nudi ed esposti, senza protezione. Ma in questa nudità assoluta, in questo affidamento totale alle energie dell’universo, scopriamo il nostro vero “nome”, il nome che collega la nostra finitezza all’Infinito.
    Il silenzio è un dono che facciamo a noi stessi, ci aiuta innanzitutto a liberarci dalla smania di riempire tutto, ci permette di stabilire una pausa, ci aiuta a recuperare e sottolineare ciò che davvero conta.
    E’ necessario costruire la nostra scialuppa di salvataggio per affrontare il diluvio di parole. Il primo effetto è su di sé, la prima tappa nella navigazione è rivolta alla sorgente, alla nostra identità. Nel silenzio siamo capaci di riconoscere alla perfezione chi siamo, osserviamo le nostre ombre e le nostre luci, le nostre cattive qualità e i nostri pregi, con la stessa spietatezza che ci viene dalla sincerità di accogliere, contemplare, respirare la splendida Natura d’autunno.

    QUIETE D’AUTUNNO

    di Fausto Corsetti

    Con un carissimo saluto.

    Fausto

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