La mano sulla fronte

Arrivo a Firenze nella calura estiva di una domenica fine luglio. Ho mal di testa, l’aria condizionata sul treno ti illude, ma quando scendi ti senti uno zombie.

Vorrei sentire ancora quella mano sulla fronte…

Quella che zia o nonna un tempo posavano su di me piccina, come fa un sacerdote che benedice.

Era come un unguento miracoloso; non aveva il potere di scacciare il male, ma ti sentivi voluto bene. Perché era una sicurezza, era un “io ci sono”, sono qui con te.

Ripenso che il grande Aristotele, oltre ad aver detto che l’uomo è l’animale che ha il lógos, ha detto anche che l’uomo è un essere pensante perché ha la mano.

La mano è ciò che permette all’uomo di conoscere il mondo fuori di lui, come un bimbo che fa esperienza delle cose intorno a sé afferrando e toccando le cose. E attraverso la mano impara a fidarsi delle cose, a ritrovarle, a sperimentarne l’affidabilità.

Forse non si darebbe umano senza mano.

Michelangelo nella Cappella Sistina arriva a rappresentare anche Dio nell’atto di sporcarsi le mani con l’uomo, con lo splendido dito che segna la creazione di Adamo.

Le mani mediano il nostro con-tatto con il mondo, ce lo fanno com-prendere.

Al contempo ci ad-destrano al rispetto delle cose del mondo; da una parte le cose obbediscono ai comandi delle mani, dall’altra reclamano di essere trattate in un certo modo: un conto è spostare delle sedie da una stanza all’altra, un altro è eseguire un intervento chirurgico su un paziente.

Le cose esigono “obbedienza”. Il mondo, in un certo senso, chiede di essere “addomesticato”.

Il mal di testa è passato. Zia e nonna non ci sono più a mettere quella mano sulla fronte.

Ma io ho ripreso fiducia: Dio non abbandonerà l’opera delle sue mani.

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