Uscire per farci ricchi.

Un pranzo per i poveri in una chiesa
Un pranzo per i poveri in una chiesa

Ecco la proposta originalissima di oggi della nostra Lidia, con commento: “Le diverse povertà diventano ricchezza se riescono a emergere. Anche i problemi possono diventare la salvezza delle comunità se si evidenziano e sono lasciati liberi di maturare.”

di Luigino Bruni

«Una mia amica tornando da una vacanza all’estero ha esclamato sorpreso: «Lì ci sono molti più ciechi che da noi». Le ho risposto: «Non ci sono più ciechi: escono solo più di casa, perché ci sono meno barriere architettoniche, più infrastrutture dedicate, una cultura che incoraggia i cechi ad avere una vita pubblica».
Questo dialogo con Giulia, una mia collega siciliana non vedente, mi ha fatto pensare molto. Consentire alle diversità, ai problemi e alle povertà, di emergere, è un grande e potente indicatore di civiltà di un popolo, è un’alta forma di ricchezza delle nazioni. La piazza più bella del mondo è quella dove possiamo incontrarci tutti, con tutte le nostre abilità e inabilità diverse. La classe migliore è quella abitata dai nostri bambini e bambine brillanti insieme a quelli che brillano diversamente.
Sordi, ciechi, zoppi, depressi e felici, siamo invitati tutti allo stesso banchetto della convivialità delle differenze. Ci sono alcune povertà che se riescono a diventare pubbliche e quindi visibili nelle strade di tutti rendono un popolo più ricco. In questo senso è ancora vero che ‘la povertà è la ricchezza dei popoli’. E che la prima povertà di una persona, di un popolo o di una comunità è nascondere le proprie povertà.
Le civiltà hanno sempre deciso quali ferite vedere in pubblico e quali nascondere, occultare, negare. Per millenni abbiamo tenuto chiuse dentro casa molte povertà dei nostri figli e nostre, imprigionati con esse. Dovevano restare invisibili, e molte continuano ad esserlo.
Qualche volta le scoprivamo durante una crisi, un’emergenza, un cattivo odore che proveniva dalla porta di fronte. Le crisi sono sempre occasioni di emersione di povertà invisibili – lo stiamo vedendo. Ci sono nella nostra anima delle povertà che diventerebbero ricchezza nostra e di tutti se solo fossimo capaci di raccontarle a qualcuno capace di accoglierle, se ‘uscissero di casa’.
Alcune povertà invisibili di ieri stanno diventando sempre più visibili, iniziano a emergere grazie a un processo di liberazione progressivo che fa più belle e civili le nostre città. Stanno però nascendo nuove povertà invisibili, tenute intenzionalmente nascoste, qualche volta anche a scopo di lucro per chi le occulta. I poveri incatenati nelle sale gioco dell’azzardo non sono più visti. I vetri sempre più neri ne impediscono la visione pubblica, e i vicini di ‘gioco’ vedono soltanto la macchina incantatrice, avvolti in una solitudine autodivoratrice e produttrice di guadagni privati e pubblici scellerati. Così come non vediamo i bambini che dormono in apposite stanze, predisposte per favorire il gioco diurno e notturno delle madri. Il primo passo di liberazione di questi schiavi post-moderni sarebbe iniziare a vederli, schiarendo i vetri delle loro prigioni, entrando qualche volta dentro, illuminandole con i nostri occhi. In un Paese che non ha la forza di chiudere queste carceri, ma ne apre sempre di nuove, a noi cittadini resta solo la possibilità e la resistenza morale di portarvi dentro la città. Ci sono, poi, povertà personali che nei secoli avevamo imparato a trasformare in ricchezze collettive, e che stanno progressivamente tornando nel regno dell’indigenza invisibile e sola.
Pensiamo alla preghiera. La preghiera nasce prima di tutto da una indigenza, dall’esperienza antropologica di essere poveri, incompleti, dall’intuizione profonda che siamo più grandi dei limiti del nostro corpo e dell’universo. Le fedi e le religioni erano riuscite a trasformare queste indigenze individuali in liturgie comunitarie, in chiese, templi, pellegrinaggi, processioni, che sono stati (quasi) sempre alte forme di beni comuni e di Bene comune. Si usciva di casa, ci si metteva in cammino con altri compagni, ci si riconosceva insieme indigenti e mendicanti. E si iniziava a pregare, trasformando quelle povertà in ricchezza. Si può (e si deve) pregare anche nel segreto della propria stanza, ma quando riusciamo a pregare insieme, a riconoscerci l’un l’altro affamati di senso e di eternità, l’indigenza comune diventa ricchezza pubblica, per tutta la città. Anche chi non crede (o non crede più) che al di là delle preghiere ci sia un Tu a raccoglierle, sa che la presenza di comunità che sanno pregare insieme è una capacità ( capability) della città, che aumenta la sua libertà. Oggi questa indigenza antropologica rimane, ma non sappiamo più trovare o riconoscere i luoghi per celebrarla assieme e i compagni per condividerla. Non sappiamo più partire per i pellegrinaggi, perché ci mancano le mete e quindi ci mancano le strade, e quelle che ci sono non le vediamo più. E così questa povertà non esce di casa, e non diventa ricchezza.
Le povertà, i problemi nascosti e segregati sono allora sempre mali individuali e comunitari, ma non sempre ne siamo consapevoli. Quando, ad esempio, in una comunità le povertà e i problemi non si vedono più, dobbiamo sempre chiederci se siamo più ricchi o se semplicemente le povertà non riescono più ad uscire di casa, a causa delle nostre barriere architettoniche civili e morali. Molte riduzioni di povertà sono allora soltanto espressione di una crisi e povertà comunitaria.
Questo paradosso è generale, ma è decisivo quando abbiamo a che fare con comunità spirituali o ideali. Qui, nei momenti migliori e più vitali, la gente si sente libera di donare beni e ricchezza insieme ai propri ‘mali’ e povertà. Quando, invece, si affievoliscono la comunità e il loro spirito, diminuiscono i beni donati insieme alle richieste di aiuto, anche se spesso non ce ne accorgiamo o pensiamo che la riduzione delle povertà sia il frutto dell’aumento dei beni e della ricchezza. Una comunità rinasce quando i suoi membri ricominciano a donarsi l’un l’altro i beni assieme alle loro molte povertà e dolori.
C’è, poi, un tipo particolare di povertà e di problemi comunitari che diventano ricchezza se escono di casa. Una comunità ideale carismatica resta viva dopo la sua fondazione, supera la crisi del passaggio dalla prima alle generazioni successive, solo se riesce a far emergere i dissensi, le critiche, le diversità di interpretazioni, di visioni, di letture del ‘carisma’ e dei fondatori, che però in genere vengono viste come forme di povertà e di problemi, e quindi non fatti uscire. La salute morale di tali comunità si misura, infatti, dalla pluralità delle voci che riescono a esprimersi e a cantare insieme, incluse quelle che appaiono discordi e che in realtà sono solo voci diverse e nuove.
La Chiesa è ancora viva dopo due millenni perché, soprattutto nei primi secoli, è stata nutrita e purificata da tanti carismi teologici e spirituali, molto diversi tra di loro, a volte reciprocamente dissonanti, ma che insieme hanno contrastato la creazione del pensiero unico e monolitico. Si è nutrita persino delle sue eresie, perché per difendersi da esse ha dovuto raffinare e purificare il proprio kerigma, è stata costretta a sviluppare nuovi anticorpi che l’hanno protetta dal virus dell’ideologia della propria fede. In ogni comunità viva che cresce e dura attraverso le generazioni, l’arrivo, dall’interno o dall’esterno, di persone portatrici di istanze innovative e creative è condizione necessaria e indispensabile per vivere, che si presentano necessariamente come problemi per chi le governa. Non tutte queste istanze sono buone per la comunità, non tutti i problemi sono ricchezza. Alcuni nascono dal narcisismo e se coltivati porterebbero semplicemente al disfacimento della comunità movimento – organizzazione. L’elemento cruciale, però, sta nella impossibilità di riconoscere la natura dell’istanza innovatrice nella sua fase di emersione, quando nasce e inizia a essere espressa. L’unico modo per discernere tra questi carismi ‘secondari’ è farli crescere, dare a tutti la possibilità di fiorire. Sono i carismi ‘buoni’ a curare quelli ‘cattivi’.
Il carisma originario ha una sua forza intrinseca, e se si sviluppa correttamente produce naturalmente i suoi anticorpi. Ma se le persone innovative vengono bloccate perché percepite come minaccia e povertà, o se, peggio, il governo della comunità orienta e pilota artificialmente l’emergere delle sole istanze definite ‘buone’, le comunità si ammalano e spesso muoiono.
Per avere un profeta buono ce ne vogliono dieci ‘falsi’, e se una comunità vuole avere la certezza di generare soltanto profeti buoni ne produce soltanto di cattivi. Nel campo dello spirito il solo frumento buono non è fecondo. Più una comunità è spiritualmente viva più ampio è lo spettro delle critiche, delle obiezioni, delle proteste, che lungi dall’essere povertà è tutta e solo ricchezza. Qualche volta, infatti, le persone che appaiono all’inizio più problematiche e pericolose, crescendo e maturando si rivelano risorse preziosissime; e altre che nelle prime fasi sembravano docili perché ruffiane, ma col tempo diventano dei veri e propri tumori del corpo, avendole assecondate ci si ritrova sterili e incapaci di attrarre nuovi membri. Soprattutto nelle fasi successive alla prima fondazione, non sono i responsabili delle comunità-movimento i più adatti a discernere i riformatori buoni dagli scismatici ed eretici; quando lo fanno non possono che selezionare le persone sbagliate, perché troppo simili ai selezionatori. A differenza delle imprese, se nelle realtà ideali la selezione delle élite di domani è fatta dalla ‘proprietà’ di oggi, è molto arduo che emergano quei riformatori autentici che sono la sola speranza di mantener vivo lo spirito ideale originario.
Questi riformatori essenziali arrivano per vocazione, per chiamata interiore diretta: e qualche volta a un Paolo di Tarso, antico persecutore. Ma anche qui ci sono ‘barriere architettoniche’ che impediscono alle diversità di uscire di casa. Quasi sempre costruite in passato per fare strade veloci e palazzi grandi quando la città e la sua cultura erano diverse. Per salvare e salvarsi ci vuole il coraggio e la forza di abbattere le barriere, modificare strade, semafori e marciapiedi. È l’aria aperta della piazza e dei giardini che ci cura e ci salva.

fonte: Avvenire 19/3/2016

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